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Robinù

02/12/2016 11:00

Andrea Desideri

Recensione Film,

Robinù

Giuseppe, Emanuele, Taib, Michele sono giovani napoletani accomunati da un destino comune: la malavita...

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Giuseppe, Emanuele, Taib, Michele sono giovani napoletani accomunati da un destino comune: la malavita. Quella che per altri è l’adolescenza, per loro non è altro che un entrare e uscire dal carcere minorile, rischiare la pelle ogni giorno, subire l’ansia e la disperazione dei genitori. In questo scenario ciò che conta è solo la bramosia del potere, la voglia di riscatto nei confronti di una gioventù bruciata che per molti non offre nulla di meglio che imbracciare un fucile lasciandosi alle spalle ogni incertezza.


La criminalità organizzata è cambiata, si è rivitalizzata. Molti giovani si avvicinano alla camorra con la speranza di ottenere soldi e potere in breve tempo. Questo significa che non ci sono più regole e conta solo sopravvivere. Ecco, quindi, che se c’è da sparare nessuno si tira indietro, senza alcuna pietà.Parlano i soldi e ribattono le pallottole; non esistono età e non ci sono limiti. Michele Santoro, in collaborazione con Maddalena Oliva e Michela Farrocco, presenta Robinù: un film documentario che scava nei sobborghi di Napoli, fino a indagare quel fenomeno definito come la “paranza dei bambini”, ossia quei giovani che, senza alcuna esitazione, spendono la loro adolescenza a diventare criminali. Un lavoro come un altro, dicono, che però porta soldi e rispetto. Fattori importanti per chi si sente poco considerato in famiglia o magari non riesce a imporsi culturalmente. Così un giovane di diciannove anni potrebbe ritrovarsi a comandare un rione ed essere il capo più temuto, proprio come nelle serie tv. Eppure questa è realtà, una realtà cruda che ci viene messa sotto gli occhi senza sconti. Non ci sono attori protagonisti ma ragazzi che hanno scelto una strada, secondo loro la migliore.


Armi, soldi, droga. Ma anche amore. Sono i sentimenti che spingono alcuni giovani a intraprendere la via del crimine: chi spaccia, chi spara, chi si prende il rispetto con la forza, è ben visto soprattutto dalle ragazze che spesso diventano complici. Le donne sono protagoniste della storia tanto quanto i maschi: a diciassette anni, invece di conoscere i diversi tipi di smalto per unghie, conviene sapere come si taglia l’eroina. Il motivo ufficiale è la mancanza di lavoro? Forse, ma in qualche caso questa scusa cela la voglia di adrenalina e la bramosia di coercizione. Belle e dannate, che poi diventano madri e perdonano i loro figli, consci di aver seguito le orme familiari.


L’eterno ritorno della scelleratezza in una ruota che, purtroppo, non avrà mai fine. Chi coraggiosamente prova a uscirne deve farlo lontano da casa, perché tra le mura “amiche” viene visto come un traditore che ha disconosciuto le proprie radici. Colpevole soltanto di voler cercare un’alternativa alla continua sofferenza. Santoro confeziona un insieme di vite parallele, racchiuse in testimonianze quanto mai veritiere, che dimostrano quanto in terra campana ci si senta racchiusi in una bolla invisibile fatta di omertà. Quella che fa girare la testa di fronte all’ennesima sparatoria.


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