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Alps

03/01/2017 12:00

Maurizio Encari

Recensione Film,

Alps

Un'opera stratificata e di non immediata assimilazione, dal regista Yorgos Lanthimos

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Atene, giorni nostri. All'interno di una palestra si ritrovano quasi quotidianamente i quattro membri di un team del tutto particolare, il cui scopo è quello di prepararsi a entrare letteralmente nei panni di persone da poco scomparse per alleviare il dolore del lutto di familiari e amici delle vittime. La squadra, dal simbolico nome Alpi, è composta da un'infermiera, da un paramedico, da un maestro di ginnastica ritmica e dalla sua giovane allieva. Monte Rosa, questo lo "pseudonimo d'arte" dell'operatrice sanitaria, decide di sostituirsi a una giovane tennista recentemente morta in seguito a un grave incidente, commettendo però l'errore di non rivelare nulla ai suoi compagni.


Se nel precedente Kynodontas (2009) Yorgos Lanthimos raccontava la storia di una persona che tentava di fuggire da un mondo di finzione, in Alps il regista greco ne gira una sorta di versione specchiata, conducendo i personaggi a diventare volontariamente attori improvvisati di nuove e sfaccettate esistenze. Opera stratificata e di non immediata assimilazione, intrisa di istinti/istanti di grande e struggente umanità, celati nelle pieghe di una narrazione anti-enfatica, terreno fertile per inscenare il dramma personale della principale protagonista, via via sempre più assuefatta al ruolo di sostituta altrui, entità senza più una propria volontà pronta a tutto pur di lasciare progressivamente scomparire il proprio Io. Una profonda analisi sociale, racchiusa nella ripetizione ossessiva di frasi o gesti, di un'umanità sempre più in crisi di identità, tematica metaforicamente insita nella vicenda di Monte Rosa, figura complessa dalla cui evidente patologia psichica emerge un profondo e inconsolabile senso di solitudine.


Il cineasta ellenico non propone soluzioni facili nell'evoluzione del quartetto formante il collettivo Alpi; evoluzione che trova una parziale (ma effimera?) luce nell'epilogo che, come il prologo, è incentrato su una sessione di ginnastica artistica eseguita dalla più giovane esponente del gruppo. Un film scomodo che gioca con un senso di sospensione dell'incredulità nel ritrarre individui pronti ad assumere estranei per interpretare la parte di un caro scomparso, e di cui i risvolti amari sono una forte e lucida critica alla mercificazione contemporanea per la quale tutto o quasi ormai può essere facilmente comprato.



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