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La marcia dei pinguini

14/02/2017 12:00

Aurora Tamigio

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La marcia dei pinguini

Luc Jacquet dirige un documentario cult, premio Oscar nel 2006

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È il 2005 quando il regista Luc Jacquet, ex biologo, animalista e grande appassionato di natura, dirige La marcia dei pinguini, Premio Oscar 2006 al Miglior Documentario. È la prima volta che nel documentario naturalistico viene introdotta, in così grande stile, una dimensione narrativa non antropocentrica ma giocata sul punto di vista dei pinguini imperatori. La marcia dei pinguini racconta una storia più o meno conosciuta, eppure di grande fascino: il viaggio che ogni anno i pinguini abitanti del Polo Sud compiono per sfuggire ai predatori, per trovare un compagno per la vita e infine tornare al branco, per la cova delle uova e la nascita di nuovi piccoli.


Luc Jacquet narra questa storia con riprese mozzafiato di lastre infinite di ghiaccio e oceano, su cui il sole antartico sorge e tramonta; così come nascono e muoiono i pinguini, costretti a lunghe migrazioni, ad affrontare la perdita di un uovo o di un cucciolo, a stare interi periodi in solitudine ma anche tutta la vita insieme allo stesso partner. Nella resa su grande schermo del deserto antartico, il regista si perde ma senza smarrire la via: il viaggio dei pinguini ha un solo scopo, che è la costituzione di una “famiglia” composta da lui, lei e il piccolo. Nella versione originale l'intera struttura narrativa - sottolineata dall'inconfondibile voce di Morgan Freeman - è pensata esattamente per accompagnare, senza ostacolare, il suggestivo viaggio dei pinguini. Nell'adattamento italiano, con la voce di Fiorello, questa chiave di lettura si perde: al racconto del percorso incrociato del maschio, della femmina e del loro cucciolo vengono preferiti testi più divertenti (forse più consoni a uno showman come Fiorello) ma anche più retorici. Molta della poesia del film si perde, ma ne beneficia sicuramente l'intrattenimento. E in un film di pinguini, che dura ottantacinque minuti, non è poco. Anche un po' di silenzi vengono tagliati. Ed è un peccato non solo perchè il silenzio fa parte dell'Antartide ma anche perchè aiuta a gustarsi la splendida resa visiva di questo film, girato a - 40° in un grande atto d'amore e rispetto per questi animali e per il loro habitat.



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