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Billy Lynn - Un Giorno da eroe

08/02/2017 11:00

Riccardo Tanco

Recensione Film,

Billy Lynn - Un Giorno da eroe

Ang Lee torna a girare un dramma che alterna passato e presente

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2004. Il giovane soldato Billy Lynn (Joe Alwyn), con i suoi compagni militari della Bravo Squad, diventa un eroe di guerra a seguito di un intervento decisivo in una pericolosa missione in Iraq. Tornati in patria per due settimane per partecipare a un tour commemorativo e presenziare a un'importante partita di football, Lynn e i suoi compagni, nonostante la fama e le attenzioni, dovranno combattere i traumi conseguenti all'esperienza in guerra.


Presentato in anteprima al New York Film Festival nel 2016 e tratto dal romanzo Billy Lynn' s Long Halftime Walk scritto da Ben Fountain, Billy Lynn – Un giorno da eroe segna il ritorno dietro la macchina da presa di Ang Lee, al suo tredicesimo film in carriera, quattro anni dopo Vita di Pi. Dopo quelle meraviglie digitali e tecniche, il regista torna con un progetto meno ambizioso nelle intenzioni: un insolito dramma che alterna passato e presente, raccontando la vicenda di un giovane soldato (interpretato dall'esordiente Joe Alwyn) alle prese con un tour celebrativo, mentre tenta di sconfiggere i propri fantasmi.


Ang Lee propone atmosfere malinconiche in un film che prova a spaziare dal dramma bellico a toni più leggeri e concilianti, pur sempre mantenendo una velata tristezza nel dipanarsi del racconto. Soprattutto nella prima parte, Billy Lynn – Un giorno da eroe si fa forza di questo squilibrio, rendendolo un oggetto curioso e poco centrato e che tenta di non attraversare sentieri più prevedibili. Nell'urgenza della scrittura, il film sembra essere un'amara riflessione sulla spettacolarizzazione dei media di fronte al tragico, con il tour dei protagonisti trasformato in una sorta di circo mediatico e affaristico. Qui, Ang Lee prova a immettere un più generale sguardo sulle contraddizioni di un'America che osserva con orgoglio i propri eroi ma poi finisce per abbandonarli. Eppure il film non ha il pieno coraggio di scegliere una via di narrazione e finisce per prenderle tutte, lasciando purtroppo cadere il discorso sui media e optando per un più scontato monito sull'orrore della guerra e sugli effetti e i sensi di colpa che provoca; a ciò si unisce il tentativo di un racconto di formazione e di una storia di coraggio e fratellanza. Rimane l'impressione di una sceneggiatura claudicante e di un regista con molte idee, ma a cui manca il collante di una visione più definita.



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