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L'altro volto della speranza

30/03/2017 11:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

L'altro volto della speranza

Il ritorno sui grandi schermi, dopo sei anni, del regista Aki Kaurismäki

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Nel 1957 Jacques Tati descriveva con queste parole la sua idea di comicità: «La risata nasce sempre da una certa assurdità di fondo. Esistono cose che non sono divertenti in sé, ma lo diventano quando le si mette a nudo». E se c'è una cosa che oggi dovrebbe senza dubbio ispirare il cinema dell'assurdo sono questi tempi bui, in cui uomini e donne che fuggono dalla guerra arrivano nella nostra Europa a giustificarsi per i motivi che li hanno portati a scappare, a chiedere asilo o, semplicemente, aiuto. Assurdo. Assurdo come il cinema di Aki Kaurismäki, da sempre interprete fedele di un modo poetico e divertente di raccontare i guai del mondo occidentale.


Khaled (Sherwan Haji) è un rifugiato siriano, arrivato a Helsinki per chiedere asilo. Ma i risultati scarseggiano, e così si rassegna a vivere da clandestino. Wikström (Sakari Kuosmanen) è un commerciante che, dopo aver vinto una grossa somma a poker, decide di cambiare vita e comprare un ristorante. Ma quale ristorante? Ecco allora che l'incontro tra Khaled e Wikström diventa decisivo. Non c'è bisogno di inventare poi molto se si sa cogliere il grottesco insito nella realtà, come fa Aki Kaurismäki nei suoi film. Situazioni surreali che capitano solo a chi è disposto a tutto pur di fuggire. Eventi imprevisti di chi vede la sua esistenza cambiare del tutto a un tavolo verde. L'assurdità della vita può essere disturbante, nella realtà così come al cinema. Per fortuna ci sono tanti piccoli rassicuranti gesti quotidiani, che si perdono sotto il peso della cronaca gridata. E su questi gesti, dettagli apparentemente irrilevanti per la narrazione ma fondamentali per generare un'atmosfera e sostenere una filosofia autoriale, Aki Kaurismäki ha costruito un intero genere cinematografico: il suo. Le relazioni fra gli esseri umani, la solidarietà, i sentimenti spontanei sono temi che al regista finlandese stanno particolarmente a cuore. E, quindi, quale momento migliore di questo, con l'Europa in piena emergenza, per una nuova opera, sei anni dopo Miracolo a Le Havre? Aki Kaurismäki torna con L'altro volto della speranza alla sua Finlandia, a inquadrature grigiastre che riempie di dettagli colorati: fiori, soprammobili kitsch, vestiti sgargianti. E in un film che tratta anche di razzismo, i colori fanno la differenza. Khaled non è più così scuro dopo che la doccia l'ha ripulito dal suo duro viaggio in mezzo al carbone, ma anche la vita di Wikström si accende progressivamente di nuove tonalità grazie al nuovo amico. Aki Kaurismäki racconta una storia che ricorda parecchio quelle di Jacques Tati, per umorismo e ironia, ma anche per uno sguardo sensibile che non si lascia scappare nessun cambiamento. E nonostante il regista finlandese metta sempre alcuni anni di pausa tra un'opera e l'altra, questo non gli impedisce di restare al passo dell'attualità e di trovare nuove idee coerenti con il suo stile. Confermandosi, oggi, uno dei maestri più saggi del cinema d'autore europeo.



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