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Flashdance

22/03/2017 11:00

Angelica Tosoni

Recensione Film,

Flashdance

Una cenerentola moderna, il cui sogno è ballar

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Alex è una diciottenne che di giorno lavora come saldatrice, mentre di sera danza e si esibisce in un locale notturno. Incontra casualmente Nick, il capo dell’officina in cui lavora, e i due si innamorano. Nel frattempo, Alex vuole dare una svolta alla propria vita, superando il provino per l’ammissione all’accademia di ballo di Pittsburgh: Nick, grazie alle proprie conoscenze, fa in modo che la ragazza sia convocata per il provino, ma Alex vuole farcela da sola, senza l'aiuto di nessuno; tirarsi indietro significa rinunciare al proprio sogno, e Alex ama troppo la danza per farlo.


In Flashdance di Adrian Lyne Alex - interpretata da Jennifer Beals - è una cenerentola moderna, il cui sogno è ballare. L’America della metà degli anni Ottanta è ancora la terra delle grandi occasioni e delle infinite opportunità, immagine che da sempre impera nelle produzioni statunitensi: ognuno ha la possibilità di farcela e di lasciarsi alle spalle un’esistenza non scelta, basta desiderarlo, e spesso il cinema, soprattutto quello americano, racconta la vita, la fatica, le rinunce e la gloria di chi sente dentro il "richiamo dell’arte". Risulta evidente quanto tale questione attragga gli spettatori incontri le esigenze di un pubblico giovane; si pensi, ad esempio, al successo planetario di Fame (1980), che generò una serie televisiva replicata tuttora. Dal canto suo Flashdance - il cui impatto fu inaspettato, ma fortissimo - esalta la forza dei sogni e l’energia di realizzarli, proponendo un soggetto assolutamente conforme alla fabbrica dei sogni per eccellenza, Hollywood.


Ambientato a Pittsburgh, nota città industriale, il film abbina la danza, simbolo della levità, all’industria metallurgica, esemplificazione della materialità, con una protagonista che di giorno usa la fiamma ossidrica, e di sera si esibisce in numeri di danza da lei creati; Alex è la prova che i due opposti non sono inconciliabili, anzi.


Adrian Lyne sceglie una regia che somma il videoclip al racconto, seppure i due termini non sembrano essere l’uno in funzione dell’altro: i numeri danzati sono, infatti, momenti di spettacolo validi in sè stessi e sostanzialmente autonomi rispetto alla pellicola, mentre i primi piani si intrecciano ai dettagli e alle panoramiche che sottolineano i movimenti del corpo, come nei video musicali. La colonna sonora, in cui spicca What a Feeling di Giorgio Moroder, è fondamentale e spesso si riserva intere sequenze che poco apportano all’intreccio, ma molto ribadiscono su personaggi e ambiente. La breakdance entra nella cinematografia anche grazie a questo film, uscendo dai sobborghi ed esaltando la danza come momento di vita. Un plauso alle coreografie sensuali e atletiche di Jeffrey Hornaday; senza infamia e senza lode le interpretazioni di Jennifer Beals e Michael Nouri (Nick), ma bravo Kyle T. Heffner nel ruolo di Richie.



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