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Ferdinand

16/01/2018 11:00

Federica Cremonini

Recensione Film,

Ferdinand

Il toro Ferdinand, una metafora contro la violenza

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Ferdinand è un vitello che viene cresciuto in un allevamento spagnolo specializzato nell'avviamento dei tori alle corride. Da sempre viene deriso dai suoi compagni per via della sua attitudine mite e del suo temperamento pacato, ma scoprirà presto che gli sbeffeggiamenti degli altri vitelli non sono nulla in confronto alle reali difficoltà dinanzi cui la vita lo pone sin dalla tenera età. Per esempio, la morte del padre Raf, mandato ad affrontare un torero che lo ha sconfitto. Ferdinand scappa dalla stalla e viene accolto e amato da una bambina, Nina, figlia di un floricoltore. La gioia durerà poco: per via di un malinteso, viene scambiato per un toro pericoloso e riportato in quella vecchia stalla da cui un tempo era fuggito.


Conclusa la fortunata saga de L'Era Glaciale, avviata quindici anni fa insieme a Chris Wedge, il regista Carlos Saldanha dà vita - con il fondamentale aiuto di ben sei autori alla sceneggiatura - a una nuova avvincente storia ambientata nel mondo animale. Stavolta, però, l'ispirazione giunge da un classico per bambini, scritto nel 1936 da Munro Leaf e illustrato da Robert Lawson, che può contare su due adattamenti che hanno visto la luce nel corso degli anni. Oltre all'ultima fatica realizzata dalla 20th Century Fox, esiste un corto di Walt Disney, della durata di otto minuti, terminato nel 1938. Ciò che risulta evidente in Ferdinand - e s'intende quello di Carlos Saldanha - è sicuramente un inevitabile sfilacciamento del racconto dovuto al brusco passaggio da cortometraggio (più fedele alla fonte originale) a lungometraggio, forma in cui si avverte una durata decisamente più dilatata.


L'inserimento di numerosi personaggi e eventi secondari è fin troppo evidente: compromette la fluidità di una storia che ha fatto della metafora politica - un toro che, alla guerra e al sangue, preferisce annusare fiori tutto il tempo - il suo principale punto di forza. Se invece si volesse sorvolare su questo problema e si preferisse considerare Ferdinand per ciò che è e che vuole dichiaratamente essere, un film d'animazione destinato a un target composto perlopiù da un pubblico giovanissimo, lo si vedrebbe come un divertente inno alla libertà: la libertà fisica, quella di essere dove si vuole, e la libertà di essere come si vuole. Il toro protagonista è totalmente disinteressato alla corrida ma interessatissimo alla bellezza; rifiuta la guerra per abbracciare il gioco e la spensieratezza. Forse, sì, Ferdinand rimane fin troppo vago e nega l'approfondimento al suo protagonista - nonché la scelta di un suo cambiamento che porti a un'evoluzione, a una maturità - ma le gag (mai stupide) e la pervasiva e inebriante comicità riesce ad apportare una leggerezza che toglie poco e nulla alla forza del messaggio di fondo: appartenere a un gruppo, sociale o meno, è scelta nostra, e si può far sì che la diversità sia un valore aggiunto, una qualità speciale. Sempre che esista davvero.


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