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La guerra dei cafoni

20/04/2017 11:00

Riccardo Bassetti

Recensione Film,

La guerra dei cafoni

La lotta di classe, tra le lande pugliesi

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Ogni estate, tra le buie cascine di TorreMatta e le lande inondate dal sole del Salento si combatte una guerra tra ragazzi: Signori contro Cafoni. Un conflitto di classe, seppur in scala ridotta, che vede l'impetuoso Francisco Marinho, detto Maligno, e la sua banda di bambini ben vestiti contro Scaleno, leader improvvisato di una banda di figli della terra. Ma questa volta i simboli del potere saranno tirati giù e la supremazia dei Signori sarà messa in discussione, mentre le prime pulsioni carnali mietono "vittime" tra le file di entrambe le fazioni. La lotta di quartiere si trasforma così in battaglia campale e i ragazzi crescono dentro i panni del soldato, troppo presi dalla foga della violenza per rendersi conto di essersi già lasciati alle spalle l'innocenza della giovinezza.


Tratto dall'omonimo romanzo di Carlo D'Amicis, La guerra dei cafoni di Davide Barletti e Lorenzo Conte è un film corale dai forti impeti dialettali, dove una ventina di neofiti ragazzini-attori inscenano una guerra dei bottoni tra lande bruciate dal sole, trulli e porzioni di mare cristallino. Un racconto cavalleresco di eroi e donzelle dell'Italia degli anni Settanta. La fotografia di Duccio Cimatti lascia lo spettatore incantato a osservare la stralunata crudeltà dell'adolescenza tra luci e ombre di una Puglia antica. All'inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, in una New York trasmutata da picchiatori in tuta e rollerblade, I guerrieri della notte cambiava il modo di raccontare i conflitti: al film di Davide Barletti e Lorenzo Conte non serve l'oscurità per intrecciare i fili di satira sociale, tragedia e commedia, ma soltanto il sole rovente del sud di un'Italia in pieno cambiamento sociale.


La guerra dei cafoni non è solo uno scontro tra bande di ragazzi, ma la radicalizzazione del concetto di Bene contro Male. Ossessionato dall'odio per i cafoni, Francisco Marinho combatte una guerra ideale in nome dell'ordine sociale, della divisione di classe, della continuità storica; ma le divisioni nette sembrano appartenere al mondo dell'infanzia. Tra meschinità e pulsioni d'amore, la linea che separa il bianco dal nero si assottiglia offuscandosi, rendendo più complicato distinguere un soldato delle proprie fila da un cafone qualunque. Attorno al personaggio di Maligno, si manifestano i sintomi di una nuova stagione, dove la gloria e la disgrazia dell'eroe cedono il passo all'arroganza del possedere.


Nel film c'è tutta l'impetuosità dell'adolescenza, la fossilizzazione del sud («A TorreMatta le cose non devono cambiare mai») e la spinta verso un futuro di flipper, motorette, radioline e luci della città all'orizzonte. La guerra dei cafoni rimane dunque un'opera di contrasti, odio di classe e giochi d'amore, case silenziose come musei dalle cui finestre filtra la luce dorata di un mondo selvatico, senza regole. Ma a volte non bisogna andare troppo lontano per riscoprire i propri istinti. Come afferma Ralph nel romanzo Il signore delle mosche: «Forse c'è una bestia, forse siamo soltanto noi».



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