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Song to Song

08/05/2017 11:00

Roberto Semprebene

Recensione Film,

Song to Song

La filosofia dell'ineffabile in Song to Song di Terrence Malick

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The Tree of Life ha segnato uno spartiacque ineludibile nella filmografia di Terrence Malick, ponendosi come capostipite di una poetica e di una cifra stilistica personale e riconoscibilissima che ha avuto riscontri estremamente divergenti, polarizzando la critica e il pubblico. Song to Song si cala perfettamente nel solco di questa poetica, caratterizzata da prolungati silenzi, maestose immagini di paesaggi e fenomeni naturali che si alternano alla quotidianità umana. Quest'ultima è spesso proposta con un occhio non dissimile da quello di un’occasionale ripresa effettuata con lo smartphone, come a invadere involontariamente la privacy e i momenti di vita dei personaggi. Protagonisti di quest'ultima fatica di Terrence Malick sono BV (Ryan Gosling) e Faye (Rooney Mara), una coppia di musicisti; il luciferino Cook (Michael Fassbender), insieme alla bella cameriera Rhonda (Nathalie Portman). Ma, come da tradizione di Malick, a loro si associano comprimari dal peso più o meno rilevante nell’economia della storia: come Amanda (Cate Blanchett) o la rockstar Patti Smith, nei panni di se stessa.


Ricostruire la storia di Song to Song è complesso. Il montaggio mescola vicende e contesti tanto quanto le diverse linee temporali, saltando rapidamente dal presente al passato, dalle prospettive di un personaggio a quelle di un altro. La Natura si conferma spettatrice, anche se mai realmente partecipe, delle vicende umane. L’amore fra Faye e BV è l’asse portante al quale si collegano le altre storie e su cui intervengono tutti i personaggi, sullo sfondo di una Austin musicale che tutto sommato resta sottoutilizzata, quasi nascosta di fronte all’intimità della coppia e del singolo. Questa intimità è in effetti la vera protagonista dell'ennesimo lavoro di ricerca di Terrence Malick. Song to Song si propone al pubblico con delle difficoltà aggiuntive rispetto ai precedenti film del regista, anche solo perché privo della forza dirompente di The Tree of Life: inevitabilmente, l’innovatività di quella impostazione filmica si è andata perdendo con To the Wonder (2012), Knight of Cups (2015) e Voyage of Time (2016). Le tematiche sono sempre di rilievo, espresse per mezzo di poche parole - a volte persino banali - rese significative dalla pregnanza dei silenzi che le circondano. È una ricerca sulla condizione umana quella che Terrence Malick sta portando avanti nei suoi film, scontrandosi con un limite forse invalicabile: l’impossibilità di arrivare davvero a una quadratura onnicomprensiva. Ciononostante il regista continua a perseverare, come avvinto da un’urgenza di esprimere ciò che non può assumere una forma definita. Così facendo Terrence Malick filosofeggia in forma filmica. E si tratta di una filosofia dell’ineffabile, che può lasciare freddi oppure affascinare.



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