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La farfalla sul mirino

03/05/2017 11:00

Maurizio Encari

Recensione Film,

La farfalla sul mirino

La farfalla sul mirino, il visionario yakuza-movie di Seijun Suzuki

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Goro Hanada (Jô Shishido) è al terzo posto in un particolare ranking relativo ai migliori killer sulla piazza stilato da una potente organizzazione criminale. La sua ultima missione è quella di scortare sano e salvo a destinazione un cliente del boss, preso di mira da altri stimati colleghi, Numero 2 e Numero 4. Al termine dell'operazione, l'assassino viene recuperato da una misteriosa donna di nome Misako (Annu Mari): è proprio quest'ultima ad affidargli un ulteriore incarico che però non va come previsto. Ora Goro e la stessa Misako devono difendersi dai giochi di potere dell'organizzazione che ha messo in campo anche il misterioso ed infallibile Numero 1 per eliminarli.


Ha influenzato decine di registi contemporanei, tra i quali Quentin Tarantino, Jim Jarmusch e Chan-wook Park, rivelandosi uno dei più bizzarri e affascinanti yakuza movie mai realizzati. Nel 1967 con La farfalla sul mirino (titolo italiano derivante da una scena chiave) il regista giapponese Seijun Suzuki dà vita ad un'opera controversa e stratiforme, che viaggia consciamente sui binari dell'assurdo ridefinendo i confini di un genere. Film che opta per soluzioni astratte in vena satirica, dove l'improbabile diventa probabile nella schizofrenica gestione della storia e dei personaggi, le cui dinamiche interpersonali viaggiano sui binari di una lucida e magnetica follia. Basti pensare al rapporto morboso e masochistico tra Goro e la bella Misako o alla mezzora finale in cui, in un bizzarro rispetto del codice d'onore, lo stesso killer e il suo nemico Numero 1 si trovano a convivere forzatamente in attesa della resa dei conti, avente luogo nel tragico epilogo.


Seijun Suzuki caratterizza i personaggi con manie ossessive (il protagonista ha un particolare feticismo per il riso bollito) e lascia libera improvvisazione al cast. Egli stesso si affida a soluzioni registiche disomogenee, con stacchi temporali improvvisi e incoerenti da un istante all'altro; inquadrature tagliate o ricche di originali aggiunte visive che variano le coordinate base della messa in scena. Un concentrato di pura tensione action ed emotiva che, tra avvincenti sparatorie e inventive tecniche di cecchinaggio, non risparmia un suadente e violento erotismo. Novanta minuti di visione - riproposti alla 19esima edizione del Far East Film Festival di Udine - in cui insospettabili tradimenti e un crescente senso di paranoia avvolgono i partecipanti di questo folle gioco mortale, centro narrativo di uno scostante surrealismo che allontana e avvicina il pubblico con sferzate stilistiche potenti ed incisive. Non è difficile capire l'insuccesso ai tempi dell'uscita, con il conseguente decennio di pausa forzata cui fu costretto l'autore, artefice di una creatura di celluloide così ostica e maliarda al contempo.



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