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L'intrusa

19/09/2017 10:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

L'intrusa

Una storia ambientata in una Napoli dura e grigia, privata di tutta la sua poesia

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Cinema di Valerio De Paolis si conferma ancora una volta una casa di distribuzione preziosa, particolarmente attenta ai film che fanno poco fracasso ma sono capaci di scuotere le coscienze. Come L'intrusa di Leonardo di Costanzo, una produzione combinata di Svizzera, Italia e Francia; una storia ambientata in una Napoli dura e grigia, privata di tutta la sua poesia; un film che, come lo stesso regista afferma, «non parla della camorra, ma di chi ogni giorno ci convive».


Giovanna (Raffaella Giordano) gestisce a Napoli La Masseria: un punto di ritrovo e di gioco per bambini, per tenerli a riparo dai pericoli della strada e della criminalità. Gli equilibri vengono sconvolti quando alla Masseria arriva Maria, moglie di un boss locale, rimasta sola dopo l’arresto del marito. Giovanna si trova così divisa tra la necessità di offrire rifugio alla giovane donna - e a sua figlia, la piccola Rita - e la responsabilità nei confronti della propria comunità.


Ciò che si nota dai primi minuti de L'intrusa è l’accuratezza e la precisione con cui Leonardo di Costanzo ritrae il mondo del sociale, difficoltà e pressioni comprese. Non solo viene dipinta ottimamente la quotidianità di Giovanna e dei suoi colleghi, ma anche i loro approcci educativi e i metodi pedagogici. Su questo sfondo credibile e realistico si innesta l’idea di sceneggiatura: che cosa succede se all’interno di una comunità creata per difendere i bambini dai pericoli della strada, arriva la moglie di un boss camorrista, appena arrestato per omicidio? Lo spunto non è niente male. Maria, l’intrusa, è una donna criminale (anche se non si capisce fino a che punto) rimasta sola con i suoi figli; una «belva ferita» - come la definisce Giovanna - nella quale convivono orgoglio, sofferenza e amore materno. Peccato che l’interazione tra il suo personaggio (una buona interpretazione di Valentina Vannino) e quello di Giovanna non sia sempre al meglio. I (pochi) dialoghi tra le due donne sono teatrali, impostati e sottraggono al film un po’ di quella realtà che ne costituisce il pregio. Molto meglio i piccoli attori. Il mondo dei bambini appare esattamente come deve essere: crudele, senza filtri, sicuramente sincero. Un paio di momenti sono da pelle d’oca: le crude discussioni dei piccoli su come si uccide un cane o la scena della mano del “tossico” nascosta tra i cespugli.


È davvero un peccato che, arrivati al terzo atto, la sceneggiatura de L'intrusa si esaurisca. Proprio quando c’è da tirare le fila e chiudere lo scontro tra Maria e Giovanna, risolvere il rapporto tra le due protagoniste e le loro comunità – quella criminale e quella della Masseria – il film giunge al termine. Finisce senza chiudere gli archi, senza risolvere niente, lasciando troppe linee aperte. Una volta tanto che un film italiano aveva dietro una bella idea, una chiave di racconto originale e due protagoniste piene di conflitti… sembra mancare la capacità di trovare un epilogo. E, soprattutto in una storia che parla di camorra, un finale ci vuole: anche solo per non dare l’impressione che quella della criminalità organizzata sia una storia senza fine. O che, peggio ancora, giri su se stessa.


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