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Cuori Puri

25/05/2017 11:00

Riccardo Bassetti

Recensione Film,

Cuori Puri

Fede e violenza nell'opera prima di De Paolis

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Agnese ha diciotto anni e, chiusa nella cappa religiosa che la madre le ha costruito attorno, frequenta una comunità cattolica; sta per prendere i voti di castità fino al matrimonio. Stefano ha venticinque anni: ex-criminale, ha una famiglia sotto sfratto e lavora come custode di un parcheggio accanto a un campo rom. L'incontro fortuito di questi due mondi così distanti sancirà l'inizio di una grande passione, ma anche di un radicale stravolgimento di vite che non risparmierà nessuno.


Nella Roma dura e impietosa di Tor Sapienza non sembra esserci posto per alcun sentimentalismo, eppure Cuori puri parla d'amore. La disarmante opera prima di Roberto De Paolis è un lucido viaggio attraverso la sofferenza e la ferocia dell'Italia moderna, dove il volto deforme del microcosmo popolare romano fa da cassa di risonanza allo smarrimento morale contemporaneo. Il 2017 rappresenta per il cinema italiano una riscoperta del tema della coppia: dopo l'amore adolescenziale di Sicilian ghost story e quello casuale di 2night, ecco il sentimento improbabile tra Agnese e Stefano di Cuori puri, affine in un senso alla passione dei protagonisti di La ragazza del mondo. Ma il film di Roberto De Paolis (figlio di Valerio, fondatore della BIM Distribuzione) emerge nitidamente da questo pantano tematico grazie alle sue doti di realismo e lucidità.


Cuori puri è uno scontro di universi distanti che lascia intravedere il complicato cosmo sociale che compone la periferia romana del dialetto strillato, della violenza, della questione irrisolta con i rom e dell'odio per “le guardie”. Ma non c'è traccia d'esaltazione per questi aspetti, che formano invece il preciso quadro sociale in cui la storia si dipana.


«L'idea è quella di avere una sceneggiatura e distruggerla durante le riprese». Le parole di De Paolis, al margine della presentazione di Cuori puri al Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes 2017, sottolineano la sua tendenza a non attenersi al copione originale, chiedendo spesso agli attori di improvvisare secondo la propria visione del personaggio. Così Selene Caramazza comincia un lavoro di ricerca all'interno di una comunità cristiana e Simone Liberati si immerge nella periferia romana: il racconto si fonde con la realtà e i personaggi acquisiscono uno spessore inaspettato. Il risultato sono due attori giovani che tirano fuori una grinta da grande interpretazione, affiancati da Barbora Bobulova, Stefano Fresi e Edoardo Pesce che, pur presentando personaggi dai tratti spesso estremi, convincono a pieno. In Cuori puric'è un richiamo a un certo modo di fare cinema moderno, come quello di Matteo Garrone, ma anche a quello neorealista di Roberto Rossellini, alla cruda narrazione dei fratelli Dardenne, ma soprattutto c'è quel modo di fare cinema che vorremmo vedere più spesso sul grande schermo.



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