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Baywatch

18/07/2017 11:00

Marco Filipazzi

Recensione Film,

Baywatch

Baywatch, una nuova operazione nostalgica

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Di operazioni nostalgiche e revival anni ‘70, ’80 e ’90 ne siamo letteralmente sommersi: solo nell’ultimo anno abbiamo assistito a riesumazioni su tutti i fronti, dai film (Independence Day - Rigenerazione, Power Rangers) alle serie tv (la decima stagione di X-Files, la terza de I segreti di Twin Peaks), sino ai videogiochi (la riedizione di Crash Bandicoot: N. Sane Trilogy). Ma ci sono cose che restano profondamente ancorate al proprio tempo, che se vengono decontestualizzate e riproposte in un epoca differente – come ad esempio al giorno d’oggi – risultano avere solo due possibili strade: incredibile fascino e nostalgia oppure incredibile disgusto. Per esempio, se capita di vedere una Fiat 500 degli anni ’80, che passa per strada oggi, mediamente il suo sapore vintage scalderà il cuore di molte persone risvegliando in loro più di un ricordo. Se invece su di un marciapiedi capitasse d’incrociare una ragazza con una capigliatura cotonata e un'improbabile giacca con spalline in puro ‘80s style, il senso di ridicolo probabilmente prenderebbe il sopravvento. Perché alcune cose è meglio lasciarle dove sono, confinate in qualche polversoso forziere del nostro “magazzino della memoria”, per venir solo saltuariamente disseppellite.


Tutti quelli che hanno attraversato gli anni ’90 non sono scappati indenni a telefilm ormai storici come Willy il principe di Bel Air, Buffy, La Tata, X-Files o Baywatch. Rivisti oggi alcuni di essi conservando ancora il loro fascino, ma altri appaiono incredibilmente datati e subiscono l’effetto boomerang della comicità involontaria; un po’ come quando si sfoglia un vecchio album di fotografie e si esclama: «Oddio, ma com’ero conciato». Ecco, Baywatch è così: talmente ancorato agli anni ’90 al punto di diventarne un simbolo, rimanendo confinato in quell’epoca, senza alcuna speranza di uscirne. Per questo, sin da quando ne è stato annunciato un film, il pubblico ha storto il naso.


Un canovaccio classico è alla base del film: nella spiaggia di Emerald Bay, dove i bagnini regnano indiscussi come re di un piccolo principato, viene indetto un concorso per entrare a far parte dei guardaspiaggia. Il reclutamento di alcune nuove leve (tra chi ha sempre agognato quel lavoro e chi è stato costretto a farvi parte) avverrà in contemporanea al ritrovamento di un corpo in circostanze poco chiare. E i bagnini inizeranno a indagare.


Baywatch funziona come specchio di un lungo (davvero troppo, due ore che non sono affatto necessarie) episodio del telefilm aggiornato al 2017, conservandone la struttura di “indagine da risolvere”, ma stravolgendo alcuni punti cardine. Innanzitutto la componente femminile (il piatto forte del telefilm, che non a caso ha consacrato Pamela Anderson a sex-symbol di fine millennio) è relegata a margine e la regia non indugia mai sui loro corpi o sulle loro sobbalzanti forme al rallentatore (salvo per trarne schetch comici) come faceva in passato. Il film punta tutto su muscoli e virilità, sul fisico asciutto e scolpito di Zac Efron e su quello fuori misura di Dwayne Johnson. Anche il tono del film viene decentrato: era impossibile fare una trasposizione di Baywatch senza inciampare nel ridicolo, perciò virare tutto sulla commedia sembrava una mossa vincente. Un po’ come già avvenuto con 21 Jump Street e 22 Jump Street. Ma Seth Gordon non è il dinamico duo Phil Lord/Chris Miller e tutto viene screziato da sfumature grottesche, cadendo in più di un’occasione (la scena dei testicoli incastrati nella sdraio) in toni da becera teen-comedy. Non è necessariamente un male, solo che si ha l’impressione di assistere più un capitolo di Maial College che a una trasposizione cinematografica di un cult anni '80.


Ma l’errore più grosso resta quello di annullare la mitologia del telefilm, ribattezzando il personaggio di Dwayne Johnson come Mitch Buchannon e quello di Kelly Rohrbach come C.J. Parker, salvo poi cancellare anche questo “nuovo inizio” e far riapparire i due storici interpreti (David Hasselhoff e Pamela Anderson) nei canonici e obbligati cammei, peraltro senza sorprese dato che vengono annunciati nei titoli di testa. In conclusione: un film di cui non si sentiva la necessità e del quale non si conserverà ricordo. Al contrario della sua ciontroparte televisiva che, con tutti i suoi limiti e difetti, resta ancorato nei cuori e nei ricordi di più di una generazione come vero caposaldo della fine di un’epoca della TV.


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