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Un appuntamento per la sposa

20/09/2017 10:00

Valentina Pettinato

Recensione Film,

Un appuntamento per la sposa

Il secondo lavoro della regista Rama Burshtein

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Un nuovo matrimonio cinematografico per Rama Burshtein, che nel 2012 portò a Venezia la sua opera prima La sposa promessa, film che era stato accolto con molto interesse alla Mostra del Cinema. Un appuntamento per la sposa è il secondo lavoro della regista, in un certo senso un’evoluzione del precedente rispetto alla figura femminile: mentre ne La sposa promessa il cuore della vicenda era rappresentato da una timorata ragazza ultraortodossa alle prese con un’unione combinata, in questo caso la Burshtein ci offre una versione moderna dei matrimoni a sfondo religioso, mettendo al centro della vicenda una donna indipendente e volitiva. La protagonista, infatti, non accetta passivamente l’ordine delle cose, ma diventa artefice del suo destino: pur senza rinunciare alla tradizione, ci mostra una via per non perdere la propria individualità e la propria fede.


Un appuntamento per la sposa racconta la determinazione di una donna non più giovanissima, Michal (Noah Koler) che, lasciata dal proprio fidanzato a ridosso delle nozze, decide di non darsi per vinta e trovarsi un nuovo marito entro l’ultimo giorno di Hannukkah. Ma a Michal non piacciono le cose semplici: il nuovo marito, infatti, non deve essere un uomo qualsiasi ma l’uomo della sua vita.


Ci troviamo davanti a un film in cui religione e tradizione sono ancora molto importanti. Un appuntamento per la sposa si apre infatti con una scena in cui la protagonista, esausta, viene indirizzata dalla lettura di viscere di pesce a non demordere rispetto al matrimonio. Per rappresentare la condizione femminile, la regia sceglie un registro ironico rispetto ai toni poetico-drammatici usati nell’opera precedente: Un appuntamento per la sposa è una commedia divertente e brillante, dai dialoghi mai banali, che afferma una certa indipendenza femminile nel cuore della tradizione di una comunità ebraica israeliana. Ancora una volta è l’abito bianco a rappresentare l’affermazione sociale, un certo bisogno di rappresentare qualcosa all’interno di un mondo fatto di ruoli; attraverso l’abito bianco le eroine della regista affermano il proprio coraggio e il proprio diritto alla felicità. Ancora una volta siamo di fronte a un racconto di fede: è continuando a riporre fiducia in Dio che la protagonista non perde la speranza, anche quando tutto sembra spacciato, e conferma di essere padrona del proprio destino.


La costruzione filmica ha un taglio da commedia americana, con tanto di incursione di una rockstar e appuntamenti al buio esilaranti, ma la fotografia e gli altri elementi tecnici concorrono a preservare un’aurea di sacralità che impreziosisce l’opera, attribuendole un significato secondo per immagini. Lavorando sui dialoghi e sulla luce, infatti, quello che viene fuori è il rapporto particolare tra la donna e la fede: pur essendone totalmente immersa, con devozione e amore, Michal rifiuta di essere in balia degli eventi; anche quando sembra spacciata continua ad affidarsi proprio alla religione per far compiere il destino che lei ha deciso per sé. Questo approccio, per certi sensi rivoluzionario, è la grande forza della pellicola: Un appuntamento per la sposa ci insegna che la devozione a una causa, in questo caso per mezzo di un dio, è l’unica strada per sfondare il muro che ci separa da ciò che desideriamo.


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