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The Habit of Beauty

23/06/2017 11:00

Angela De Angelis

Recensione Film,

The Habit of Beauty

L'opera prima di Mirko Pincelli: una prova di originalità e ambizione

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The Habit of Beauty, opera prima di Mirko Pincelli, si pone di fronte al panorama cinematografico italiano come una prova di originalità e ambizione, dimostrando che qualità e accuratezza possono fare la differenza. Il giovane regista (anche fotografo e premiato documentarista) ci racconta un dramma familiare: Elena (Francesca Neri) ed Ernesto (Vincenzo Amato) sono una coppia e vivono a Londra; ma mentre si trovano in vacanza in Italia, hanno un terribile incidente sulle montagne del Trentino e il loro unico figlio muore. È l’inizio di un percorso interiore che li sconvolge e li porta a separarsi. Tornati in Gran Bretagna, Ernesto incontra Ian (Nico Mirallegro), un ragazzo con problemi penali, a cui si lega profondamente. Elena invece inizia una nuova relazione con Stuart (Nobel Clarke), nel tentativo di dimenticare il dolore che la lacera. Ernesto ed Elena si ritrovano tre anni dopo, quando la malattia di lui lo spinge a voler chiudere il cerchio con il passato.


Supportato da un cast tecnico di eccezionale valore, Mirko Pincelli si rivela all’altezza: la sua è una regia sofisticata e lineare, con alti momenti di eleganza visiva, singolari inquadrature e utilizzo pittorico della fotografia (il DOP è Fabio Cianchetti, storico collaboratore di Bernardo Bertolucci). Una regia che non è mai piatta e statica, anzi si fa molto convincente nelle scene più concitate, supportata da una eccellente colonna sonora altamente evocativa che coinvolge e conduce attraverso i vari stadi della vicenda quasi più del cast. Di contro alla perfezione dell’elemento estetico, la trama narrata sa un po' di già visto. Poco curata la psicologia dei personaggi, mentre i troppi nuclei narrativi non vengono approfonditi ma cercano rapidamente di arrivare al messaggio finale: la bellezza della vita si rivela in ogni cosa e in ogni persona in maniera differente. Il film, infatti, è girato in due luoghi e situazioni diverse: la storia londinese e quella italiana; ambientazioni, qualità recitativa e lingua di recitazione sono differenti. Molto meglio la parte italiana: l'impressione è che gli attori inglesi, a eccezione del giovane Nico Mirallegro, sembrino lavorare a un progetto in cui non si sentono integrati. In aggiunta, nel doppiaggio della parte inglese, i due protagonisti, Francesca Neri e Vincenzo Amato, non risultano convincenti.


Mirko Pincelli racconta dell'elaborazione di un lutto, ma senza scadere nel melodrammatico: piuttosto ci presenta la realtà dei fatti nuda e cruda, in modo personale, proponendo allo spettatore di entrare in empatia con la vicenda narrata. Nonostante siano troppe le cose da raccontare e di cui tener conto. Non si piange né si va oltre, in questa storia: si assiste solo all’impotenza di fronte al destino, illustrata in una confezione di altissimo livello, che ha l’unico neo di rimanere un po' fredda.


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