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La mia vita a Garden State

28/06/2017 11:00

Riccardo Bassetti

Recensione Film,

La mia vita a Garden State

L'opera prima di Braff è un crescendo di confessioni e sonorità indie

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Andrew Largeman (Zach Braff) è un giovane attore depresso, catapultato nella Città degli Angeli e costretto in un lavoro da cameriere per un ristorante vietnamita mentre viene masticato e risputato dalla Hollywood delle grandi opportunità. A risvegliarlo da questo torpore esistenziale c'è una chiamata del padre-terapista Gideon (Ian Holm): sua madre, inchiodata da anni su una sedia a rotelle, è affogata nella vasca da bagno. Inizia così il viaggio di ritorno di Andrew a South Orange, il paesino natio: qui, tra personaggi annoiati e atmosfere cheap del New Jersey (o appunto “Garden State”), incontrerà Sam (Natalie Portman), teenager acqua e sapone dalle evidenti cicatrici emotive, che scombinerà il suo triste equilibrio per donare nuovo ritmo alla sua vita.


Funerali, sballo e confessioni in La mia vita a Garden State, film d'esordio di Zach Braff che, qui in veste di attore, regista, sceneggiatore e produttore, raccoglie premi in giro per il mondo; tra cui un premio speciale della giuria al Sundance Film Festival come miglior regista esordiente e un Grammy Awards per la colonna sonora, messa insieme proprio da Braff. Il regista americano riesce a plasmare un racconto di travagli post-adolescenziali, miscelando con astuzia traumi generazionali, romanticismo e umorismo in un unico prodotto, commerciale e coinvolgente.


I dialoghi volutamente triviali e bizzarri sono accompagnati da una colonna sonora generazionale (da cui emergono le ballate acustiche di Nick Drake e le sonorità indie dei The Shins), creando un effetto agrodolce in grado di suscitare più di un'emozione. Tragedia mascherata da commedia, la forza di La mia vita a Garden State risiede nell'accumularsi di tensioni sotto la superficie di dialoghi a prima vista senza importanza, piccole confessioni che poco a poco trascinano Andrew e Sam in un gorgo di colpe e riscatti che li proietterà faccia a faccia con le loro più dure verità. Il dolore è parte della vita e del piacere, un concetto che Andrew capisce solo abbandonando gli antidepressivi, rendendo la vita di nuovo emozionante: il ritorno a casa diventa allora un vero viaggio d'espiazione e rivelazione, un'impensabile catarsi che si risolve in un finale in pieno stile hollywoodiano. Film sincero ed emotivo, dalla scrittura talvolta compassata, La mia vita a Garden State sancisce la prima esperienza di Zach Braff dietro la macchina da presa, a cui seguiranno Wish I was here e il più recente Insospettabili sospetti, che riesce a interpretare un diffuso disagio giovanile traducendolo in un lavoro credibile e dalle sonorità calzanti.



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