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Rebirth

10/07/2017 10:00

Maurizio Encari

Recensione Film,

Rebirth

Alla ricerca della rinascita nel thriller originale Netflix

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Kyle, impiegato in banca come responsabile social media, vive una vita tranquilla con la moglie e la figlia. Fino a quando un giorno, sul posto di lavoro, si presenta il suo vecchio amico di gioventù Zack, che gli propone di partecipare a un seminario motivazionale tenuto da una sorta di elitaria setta che consiste in un vero e proprio programma di rinascita personale. Kyle, pur non convinto al cento per cento, decide di provare a parteciparvi il weekend successivo, salvo finire in una sorta di incubo a occhi aperti che mai avrebbe immaginato.


Il secondo film dietro la macchina da presa di Karl Mueller, distribuito come originale Netflix sulla piattaforma on demand, indaga i lati oscuri di quelle sette che promettono una presunta rinascita alla riscoperta di se stessi per distaccarsi dai ritmi schiavizzanti di una società che tende a offuscare le più umane pulsioni. Un thriller che sulla carta paventava ottime potenzialità narrative, purtroppo ben presto castrate da una messa in scena urlata e prevedibile, in cui neanche i marcati intenti satirici trovano una loro reale ragion d'essere. Manca quel senso di palpabile mistero che la storia aveva potenzialmente insita e i cento minuti di visione scadono ben presto in una sfiancante monotonia. Kyle, infatti, giunto nel luogo dell'auspicato "risveglio", si trova a vagare come un pesce fuor d'acqua in un edificio con stanze in cui avvengono situazioni ripetitive, siano queste inerenti al sesso o a un qualche tipo di violenza. Il tutto poi viene ulteriormente indebolito da un colpo di scena poco verosimile, con tanto di epilogo che pare tornare indietro sui propri passi (per la serie "gettare il sasso e nascondere la mano"). I limiti di budget consegnano una messa in scena stilisticamente povera e poco ispirata. Lo stesso cast, pur vittima di caratterizzazioni abbozzate e forzate, non fa nulla per rendere credibili i rispettivi personaggi.


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