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La musica del silenzio

03/10/2017 11:00

Andrea Desideri

Recensione Film,

La musica del silenzio

Il ritratto fedele di una leggenda vivente

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Amos Bardi è nato in un paesino della Toscana. Durante l’infanzia gli viene diagnosticato un glaucoma oculare con relativo danneggiamento della vista. Il ragazzo passa i primi anni scolastici in un istituto per non vedenti, dove impara a relazionarsi con suoi coetanei. Sarà però il canto la vera e propria valvola di sfogo per Amos: una passione trasmessa da suo zio Giovanni, che si trasformerà in talento. Col passare degli anni, il ragazzo si fa uomo e, nonostante le avversità della vita, riesce a trovare una dimensione definita e definibile grazie al successo artistico e professionale.


La musica del silenzio è tratto dall’omonimo romanzo di Andrea Bocelli, edito da Mondadori. L’artista ripercorre, quasi inconsapevolmente, la sua vita dando forma a un racconto autobiografico nato “per gioco” dopo aver acquistato un computer. Il risultato è una testimonianza veritiera e sofferta di come Andrea Bocelli sia diventato una celebrità conosciuta e stimata in tutto il mondo. Colpisce come, pur cambiando il nome del protagonista all’interno del racconto, non vengano risparmiati all’opinione pubblica anche i momenti più critici e bui della vita di Bocelli. Dimostrazione del fatto che anche i più grandi sono fallibili e fragili, specialmente quando c’è da fare i conti con la disabilità. La cecità qui viene dipinta dapprima come un ostacolo, un fardello da portare giorno dopo giorno e, successivamente, come un’opportunità: non possedere un senso, infatti, ha permesso ad Andrea di sviluppare gli altri. Soprattutto l’udito, che gli ha consentito di ascoltare e ascoltarsi prima, dopo e durante ogni esibizione. Apprezzare i propri silenzi, per far spazio alle proprie passioni: è un insegnamento che Bocelli conserverà sempre, grazie al suo maestro di canto che ha saputo tirar fuori il potenziale assopito da un ragazzo acerbo.


La sfrontatezza con cui l’artista Bocelli racconta l’uomo Andrea emerge sin dai primi minuti di girato, con una regia puntuale e calibrata che accompagna lo spettatore in questo iter biografico come fosse al cospetto di un dipinto in continua evoluzione. La formazione cinica e spietata del personaggio di Amos, data anche da un’infanzia e un'adolescenza travagliate, è lo spunto per mostrare come veniva percepita la disabilità nel nostro recente passato, negli anni Settanta e Ottanta: le scuole non sapevano come integrare un ragazzo cieco tra i suoi coetane, tanto da dover ricorrere a un maestro narratore assunto privatamente; le opportunità di lavoro tardavano ad arrivare anche per un talento smisurato.


Una debolezza rappresentava più rischi che certezze. Tutto questo non viene risparmiato al pubblico, che si ritrova catapultato in un intreccio di miseria e nobiltà che ha come unico motore l’amore per la vita. Andrea Bocelli è presenza indefessa nel girato, non solo grazie alla credibile interpretazione di Toby Sebastian, ma anche perché ha accompagnato il regista Michael Radford durante la realizzazione del film. L'artista ha voluto anche essere la voce narrante nell’opera. Una diegesi completa e totale che è garanzia di attendibilità, in un momento storico in cui le biografie cinematografiche si realizzano di solito postume. Il cast corale si è mostrato parte integrante del racconto, con tanta Italia (Luisa Ranieri, Francesco Salvi, Ennio Fantastichini), in mezzo ad attori stranieri. Ausilio utile e coinvolgente, per definire i contorni, gli spazi e le suggestioni di una leggenda vivente.



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