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A Ciambra

03/10/2017 11:00

Miriam Gregorio

Recensione Film,

A Ciambra

Il cinéma vérité in Calabria

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A Ciambra è il film italiano proposto per concorrere al Premio Oscar 2018 come Miglior Film Straniero. Opera seconda del trentatreenne italoamericano Jonas Carpignano, vanta tra i produttori esecutivi niente meno che Martin Scorsese. Siamo di nuovo in Calabria, come nel primo lungometraggio del regista, Mediterranea (2015). Questa volta ci ritroviamo immersi nella comunità rom di Gioia del Tauro, la Ciambra. Pio abita qui con i suoi numerosissimi parenti: ha quattordici anni e trascorre il suo tempo sia con i bambini della comunità sia con gli immigrati della zona, chiamati tutti indistintamente “marocchini”. Quando il padre e il fratello Cosimo vengono arrestati, Pio dovrà dimostrare di essere uomo e badare alla sua famiglia.


L’intero l’arco narrativo è retto sull’evoluzione (commovente e realistica) del personaggio di Pio, ma non evita di trattare tematiche socialmente importanti come il problema dell’integrazione o degli stereotipi identitari, specialmente riguardo le famiglie rom. La camera di Jonas Carpignano, quasi sempre a mano, accompagna il protagonista da vicino per tutto il film, in perfetto stile Dardenne. Anche l’utilizzo della musica è allineato con questa estetica cruda e veritiera: sempre diegetica (a esclusione della sequenza finale che porta ai titoli di coda), è per lo più improntata sul pop, genere già indagato in Mediterranea, e capace con la sua universalità di abbattere barriere linguistiche o culturali. Il linguaggio registico ci cala quindi perfettamente nell’ambiente degradato e difficile della Ciambra, dove i bambini fumano e gli adulti delinquono per mantenere la famiglia. Ciò che conduce a un grado di realtà così profondo, è probabilmente la scelta di Carpignano di non lavorare con attori professionisti. Pio, e gran parte della sua famiglia, sono infatti i veri abitanti della Ciambra. Il regista racconta che per lavorare su questa opera seconda ha instaurato un rapporto personale, e non professionale, con il protagonista e la sua famiglia; mentre durante le riprese ha cercato di ridurre al minimo il numero di membri della troupe, istruendoli ad aderire a ciò che avveniva nella realtà e a non intervenire. Per tematiche e ambientazioni, è inevitabile il paragone con altri due lungometraggi italiani meno nominati ma altrettanto validi: Anime Nere di Francesco Munzi (2014) e Indivisibili di Edoardo de Angelis (2016). Validi sì, ma forse meno audaci dal punto di vista registico. Non ci resta che aspettare il 23 gennaio (data dell’annuncio ufficiale dei cinque film in corsa per Miglior Film Straniero agli Oscar 2018) e sperare che A Ciambra sia effettivamente più fortunato rispetto ai due precursori.


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