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Notting Hill

21/10/2019 11:00

Aurora Tamigio

Recensione Film, Speciale San Valentino,

Notting Hill

Notting Hill ribalta il più granitico stereotipo romantico, quello di Cenerentola

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Nel 1990 Pretty Woman raccontava la Cenerentola moderna, con una giovanissima e incantevole Julia Roberts nei panni di una prostituta dal cuore d’oro che fa innamorare perdutamente l’affascinante uomo d’affari interpretato da Richard Gere. Per quanto resti uno dei film più amati dal pubblico dei romantici, Pretty Woman non è invecchiato benissimo: tra ingenuità e stereotipi, è a tutti gli effetti un film di inizio anni Novanta. Chi invece potrebbe - e dovrebbe! - essere stato scritto oggi è Notting Hill: il primo e, forse, ultimo Cenerentolo contemporaneo. Una creatura di Richard Curtis (sceneggiatore) e Duncan Kenworthy (produttore), già artefici del successo di Quattro matrimoni e un funerale.


William Thacker (Hugh Grant) dirige una piccola libreria di viaggi a Londra. L’incontro/scontro con quella che Will crede sia solo una bella ragazza americana sarà l’inizio di una favola: lei è Anna Scott (Julia Roberts), l’attrice del momento, e il suo volto domina le copertine di tutti i giornali. Che possibilità ci sono che una star di Hollywood e un timido libraio inglese si incontrino, si innamorino e che la loro storia funzioni?


Cenerentola è uno degli archetipi del cinema. Eppure mai, fino a Notting Hill, si era pensato di raccontare la favola a parti inverse. Una cosa più facile a dirsi che a farsi: perché, fatta eccezione per alcune pellicole rivoluzionarie (Susanna, Howard Hawks, 1938; A qualcuno piace caldo, 1959), la commedia romantica è, tra tutti i generi, quella che fatica di più a liberarsi degli stereotipi. Ma nel 1999, grazie alla penna di Richard Curtis e a un casting impeccabile che sfrutta al massimo talento, fisicità e forza evocativa dei protagonisti Julia Roberts e Hugh Grant, Notting Hill ribalta quello che forse è il più granitico stereotipo romantico. Chi lo ha detto che Cenerentola non può essere un uomo? Magari un romantico, timido libraio di Londra, che vive dietro a una porta colorata. E allora basta sostituire i topolini con un gruppo di strampalati amici e il principe con una bellissima diva di Hollywood (alla fine degli anni ’90 poteva ancora essere credibile)… ed ecco fatta una piccola rivoluzione. La trama di Notting Hill, a vedere bene, è sempre la solita storia: lui e lei si incontrano, si piacciono, ma non possono/vogliono stare insieme, finchè l’immancabile corsa finale li ricongiunge. Ma, partendo proprio dal più tradizionale degli impianti romantici, la scrittura si diverte a giocare con i luoghi comuni (uomo vs donna, letteratura vs cinema, americani vs inglesi), ribaltandoli e ironizzandoci sopra. Richard Curtis ci regala indimenticabili sequenze comiche (l’intervista di Will ad Anna per Cavalli e Segugi, la filosofia “fruttariana”) e dialoghi sentimentali diventati un cult (la conferenza stampa finale). Il risultato è un incontro perfetto tra i tempi del cinema comico (inglese) e di quello romantico (statunitense). Oltre ai due protagonisti, impeccabili, ci si innamora dei comprimari - tutti meravigliosi - come lo Spike di Rhys Ifans o il cammeo di Alec Baldwin. Alla regia, Roger Michell non sarà più in forma come qui: la Londra in cui vive William, festosa ed elegante, tra mercati rionali e giardini segreti, esisterà per sempre grazie a questo film, così come in Harry ti presento Sally e C’è posta per te Norah Ephron ha re-inventato New York.



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