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Una famiglia

05/09/2017 10:00

Valentina Pettinato

Recensione Film,

Una famiglia

Il secondo lungometraggio di Sebastiano Riso

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Tra gli italiani in concorso alla 74ma edizione della Mostra del cinema di Venezia c'è anche il secondo lungometraggio di Sebastiano Riso, Una famiglia, che affronta la tematica dolorosissima dei bambini in vendita.


Il film descrive le giornate di una strana coppia che per vivere concepisce figli, per poi venderli a chi non può averne. Lui (Patrick Bruel) è francese, ha gli occhi buoni ma qualcosa di torbido. Lei (Micaela Ramazzotti) è una ragazza disagiata di Ostia. In questo meccanismo di vita malsana qualcosa, però, si incrina: lei non è più disposta a vendere figli e vuole tenersi il bambino che sta per mettere al mondo.


Scritto dallo stesso Sebastiano Riso con Andrea Cedrola e Stefano Grasso, Una famiglia sviluppa un soggetto interessante, che ruota attorno al mercato nero dei bambini, con uno sguardo critico sul mondo delle adozioni (di cui esso è deriva). Liberamente ispirato da storie vere, Riso confeziona una pellicola complessa e aderente alla cronaca, mostrando il lato più mostruoso e abominevole delle vicende. I fatti veri e a le intercettazioni telefoniche sono le sue fonti; il suo punto di vista è uno sguardo di denuncia nei confronti della realtà, delle leggi, dei medici conniventi.


Ma la struttura filmica è lunga e poco scorrevole. La prima parte cerca di raccontare il rapporto malsano tra i due protagonisti; la seconda, dopo due turning point narrativi che movimentano un po’ le dinamiche, scivola via frettolosa e poco strutturata. Nel complesso il film è poco armonico, pur avendo nel complesso un taglio innovativo. Sviluppa la tematica in maniera aderente alle intenzioni registiche di verità, con pochi fronzoli stilistici. Quello che non convince è la scrittura, perché lacunosa: troppo spesso, infatti, si lascia lo spettatore, desideroso di qualche informazione in più, in balia di se stesso. Anche i dialoghi sono a volte forzati, così come i comprimari non aggiungono nulla nell’economia filmica e non aiutano ad approfondire o ad aprire altre piste narrative. La fotografia chirurgica esaspera questa lettura asettica delle emozioni: non c’è empatia nello spettatore, che assiste alla fredda cronaca di eventi orribili che riguardano un’unica coppia, e non un traffico illecito. Così, volendo parlare dell’universale ma stringendosi eccessivamente nel personale, il film non convince. Nonostante le buone performance attoriali bisognava che il film si aprisse, raccontasse qualcosa in più, in maniera più fluida ed emozionante. Il tema dell’utero in affitto, che meritava maggiore convinzione, è ridotto a un binomio tra l'approccio (arido) maschile e quello (umano) femminile. Troppo semplicistico. Al contrario, alcuni leziosismi nel girato - come i piani sequenza in dolly - risultano posticci, artefatti; mentre le soluzioni di montaggio adottate non aiutano poi ad entrare dentro alle vicende. Con grande dispiacere, bisogna ammettere che Una famiglia resta un’occasione sprecata.


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