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Sweet Country

07/09/2017 10:00

Roberto Semprebene

Recensione Film,

Sweet Country

Un western ambientato in un'Australia ancora selvaggia

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Warwick Thornton presenta a Venezia 74 Sweet Country, un western ambientato in un'Australia ancora selvaggia e distante dalla civiltà che oggi la distingue. In questo contesto convivono, non proprio armonicamente, bianchi e aborigeni, in un sistema sociale molto simile a quello vigente in America per le persone di colore. Eccezione a questo status quo è il rapporto fra il religioso Fred (Sam Neill) e Sam (Hamilton Morris), aborigeno che lavora con lui insieme alla moglie e alla nipote, tutti trattati alla pari dall'uomo bianco. L'arrivo di un reduce di guerra ubriaco e maldisposto, che ha rilevato il terreno vicino a quello di Fred, innescherà il rapido degenerare della situazione, costringendo Sam a reagire alle ingiustizie subite, per poi sottostare al giudizio della legge dell'uomo bianco.


Costruito su tempi dilatati e sequenze d'azione non adeguatamente supportate da montaggio e movimenti di macchina, Sweet Country risulta più noioso e "vecchio" di quello che avrebbe potuto essere. Anche se il tema è noto, la vicenda avrebbe potenziale se, in termini di sviluppo, fosse stata affrontata in modo meno canonico. Gli interpreti sono per lo più all'altezza dei loro ruoli, in particolare gli attori aborigeni: il personaggio di Sam su tutti, è forte della grande espressività dello sguardo di Hamilton Morris, che esprime efficacemente i significati dei suoi silenzi. Altro aspetto rimarchevole è la bellezza dei paesaggi dell'Australia selvaggia e molto varia: brulle praterie si alternano a contesti rocciosi, specchi d'acqua a deserti di sale, in un insieme in cui l'uomo si è adattato a vivere e ad allevare il bestiame. La violenza dei comportamenti, la mancanza di rispetto e cultura sono tratti dell'uomo di frontiera, ma la speranza di un cambiamento prossimo è palesata, anche se i costi dell'attesa rimangono alti.


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