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Lazzaro felice

30/05/2018 10:00

Riccardo Tanco

Recensione Film,

Lazzaro felice

Il terzo film da regista di Alice Rohrwacher, vincitrice della miglior sceneggiatura a Cannes

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Lazzaro (Adriano Tardiolo) è un giovane bracciante che lavora nella fattoria L'Inviolata, assieme ad altri contadini. Sfruttato per il suo animo buono e la sua ingenuità dagli altri contadini, la vita del giovane cambia quando all'Inviolata arriva in visita la padrona della tenuta, La Marchesa Alfonsina De Luna (Nicoletta Braschi) assieme al ribelle figlio adolescente Tancredi (Luca Chikovani), che stringe un'insolita amicizia con Lazzaro. A seguito di un “Grande Inganno” che coinvolgerà la fattoria, Lazzaro andrà per la prima volta in città alla ricerca di Tancredi.


Presentato in anteprima mondiale in concorso alla 71° edizione del Festival di Cannes, dove si è aggiudicato (assieme al film di Jafar Panahi Trois Visages) il premio per la miglior sceneggiatura, Lazzaro Felice è il terzo film scritto e diretto da Alice Rohrwacher, a 4 anni di distanza da Le Meraviglie (sempre premiato a Cannes nel 2014) e 7 anni dopo dall'opera prima Corpo Celeste. Con Lazzaro Felice, Alice Rohrwacher realizza un racconto di formazione insolito e malinconico, una sorta di fiaba sull'amicizia immersa in un'atmosfera sussurrata e delicata. Un'opera curiosa quanto astratta, per toni per idee. Il film inizia come una specie di liturgia sulla quotidianità contadina, mettendone in risalto la ritualità delle cose di un microcosmo altro al nostro presente, e si fregia di una messa in scena suggestiva e dal sentimento arcaico, che dipinge un'Italia rurale volutamente fuori dal tempo. La fattoria set della prima parte, infatti, è un posto che potrebbe essere dovunque e da nessuna parte. Così come fuori dal mondo e fuori dal tempo è il giovane Lazzaro protagonista del film, a cui dà corpo con ingenua dolcezza l'esordiente Adriano Tardiolo.


Ma più che sull'amicizia, Lazzaro Felice pare tornare sui passi già visti in parte in Corpo Celeste e Le Meraviglie: un film sulla fuga dalla realtà, vista come prigione materiale e dell'anima, e sul conseguente bisogno di scoprire se stessi nel contatto con gli altri e nel contatto con il mondo che ci circonda. Dalla chiusura all'apertura di una realtà mai vista prima, dalla purezza obbligata alla “corruzione” del mondo esterno. Lazzaro Felice risulta forse un po' naif, capace anche di infastidire per i suoi simbolismi cristologici e religiosi; la seconda parte, poi, assume i contorni di un viaggio all'interno di un mondo marcio e cattivo incapace di accettare la bontà di un innocuo ingenuo. Non tutto è centrato e omogeneo e si soffre di qualche lungaggine di troppo, ma resta probabilmente appunto la genuinità vagamente sfrontata di un film contrastante quanto stimolante.



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