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Minority Report

09/10/2017 10:00

Marco Filipazzi

Recensione Film,

Minority Report

Spielberg guarda a Philip K. Dick per un'opera di fantascienza unica nel suo genere

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Ridley Scott, Paul Verhoeven, Steven Spielberg sono cineasti di fama mondiale, i cui film hanno influenzato centinaia di altri registi e autori; le cui immagini sono sedimentate per decenni fissandosi nell’immaginario collettivo di almeno tre generazioni. Chi non conosce lo Xenomorfo di Alien? Chi non ha presente Sharon Stone che accavalla le gambe in Basic Instinct? Chi non si è mai commosso guardando il dito luminoso di E.T. L'Extraterrestre? Ebbene, questi tre capisaldi della cultura pop hanno in comune una cosa: tutti, a un certo punto della loro carriera, si sono misurati con la trasposizione di un’opera di Philip K. Dick. Vi si sono approcciati in tempi diversi, con modi e toni differenti. Ma in tutti e tre i casi ricorrono prepotentemente alcuni temi, colonne portanti della bibliografia dell’autore: la paranoia e il dubbio. In Blade Runner si insinua nella vera natura Rick Deckard (è un androide anche lui?); in Atto di Forza si gioca sul fatto che tutto sia reale o solo un ricordo impiantato. In Minority Report arriva a minare l’intero sistema della Precrimine.


Nel 2054 a Washington non viene commesso un omicidio da 6 anni. Questo grazie alla Precrimine, un corpo speciale di polizia che riesce a vedere e bloccare i delitti prima che vengano commessi. Poche settimane prima che la Precrimine entri in vigore a livello nazionale, il capitano Anderton scopre che sarà lui a commettere un omicidio. Inizierà così una corsa contro il tempo, cercando di dimostrare che il sistema non è infallibile come ha sempre creduto.


Il film, più che una trasposizione, prende solo ispirazione dal racconto Rapporto di Minoranza, dal quale mutua alcuni concetti e accenni di trama (la Precrimine e il suo funzionamento; il fatto che uno degli alti vertici commetterà l’omicidio di una persona che nemmeno conosce) per poi cambiare radicalmente la vicenda narrata. L’impressione è che le due storie siano quasi complementari, ambientate in universi tangenti.


La prima cosa che colpisce di Minority Report è l’estetica del mondo futuro che Steven Spielberg inscena, diametralmente opposta a quella vista in Blade Runner e lontana anche da quella descritta da Dick nel racconto. Sullo schermo ci viene presentato un futuro rassicurante e ovattato anche se glaciale – magnifica la fotografia fatta di luce riflessa e tinte azzurre – dove tutto è pulito e ordinato. Persino i bassifondi sembrano essere travolti da questa logica. Nonostante ciò un’aurea inquietante riesce a filtrare attraverso il ritratto di questa società utopistica dove i movimenti di ogni cittadino sono registrati attraverso scanner ottici, le pubblicità si rivolgono a te chiamandoti per nome, i treni della metropolitana prendono atto di ogni spostamento e le persone vengono arrestate senza aver compiuto alcuna infrazione di legge.


Dal punto di vista narrativo ci sono alcune lungaggini che appesantiscono il film: 146 minuti sono davvero troppi e, per quanto le sequenze d’azione siano ben congegnate, forse era il caso di sfoltirne qualcuna. In compenso Steven Spielberg riesce ad assestare un paio di sequenze magistrali, che fanno ricordare subito allo spettatore come mai lui è il regista-sognatore per antonomasia. Il pianosequenza dall’alto, mentre i ragni fanno irruzione nel palazzo, e la fuga di Anderton, con la Precog che gli dà indicazioni apparentemente vaghe, sono scene dotate di una tensione e una maestria che ha pochi eguali. Visto 15 anni dopo la sua uscita (il film è del 2002) Minority Report resta un buon film, che si lascia gustare volentieri; resta solo un po’ di amaro in bocca per alcune sbavature che avrebbero potuto renderlo un prodotto assai migliore.


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