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Good Time (2017), la recensione: Robert Pattinson nel film dei fratelli Josh e Benny Safdie

25/10/2017 11:00

Emanuela Di Matteo

Recensione Film, Robert Pattinson,

Good Time (2017), la recensione: Robert Pattinson nel film dei fratelli Josh e Benny Safdie

Una raggelante analisi dell'impossibilità di uscire dal proprio destino

Il film si apre con una minaccia che troverà la sua cupa realizzazione solo alla fine, in uno svolgimento circolare che si riavvolge in se stesso, lasciando senza ossigeno e senza speranza protagonisti e spettatori. I due fratelli Connie e Nick Nikas vivono a New York, nel Queens, con una vecchia nonna. Nick ha un ritardo cognitivo: non è in grado di elaborare il pensiero astratto. Ha un viso largo, liquido, lo sguardo smarrito da bambinone; è incapace di capire e di contenere la rabbia. Il fratello, Connie (Robert Pattinson, magro e stropicciato alla sua nuova prova autoriale da personaggio sofferente) gli vuole un gran bene e vorrebbe prendersene cura. Connie Nikas è sveglio, coraggioso, pronto a elaborare strategie e ad affrontare imprevisti; è persino ben educato, per essere un piccolo criminale. Non conosce di meglio che rapinare una banca, lodando e incoraggiando Nick per le sue riuscite, come farebbe un bravo fratello. Ma la rapina non va esattamente come previsto e Nick finisce in prigione e poi in ospedale. Spetterà a Connie liberarlo: in mezzo c'è la vita, cruda, reale, fatta di incontri inaspettati, assurdi errori, situazioni bizzarre, fatalità.

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Due scene sono altamente simboliche in Good Time. La prima, quella in cui Connie e il suo casuale compagno di crimini Ray (Buddy Duress), si avventurano nel tunnel del terrore di un parco di divertimenti di notte, alla ricerca, al buio, di quello che per loro è un tesoro, qualcosa di buono che rappresenta il senso della loro storia. La seconda, l'inquadratura dall'alto di Connie che fugge inseguito dai poliziotti, sotto lo sguardo di Ray, senza scampo proprio come un topo in un labirinto. Ray è dipendente dalla bottiglia e dagli acidi, vittima di se stesso, inconsapevole e in qualche modo innocente, come lo sono Nick e Connie. Criminali squinternati, smarriti, stralunati. Alle loro spalle c'è sempre una nonna, oppure una mamma, maldestre e impotenti, alle quali prima o poi, toccherà telefonare. Tutti ne hanno una, persino la fidanzata di Connie, la sofferta e fragile Jennifer Jason Leigh.

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Claustrofobica e raggelante analisi dell'impossibilità di uscire dal proprio destino, dalla propria condizione sociale.

 

Una riflessione esistenziale di ampio respiro, proporzionalmente alla ristrettezza delle prospettive che si chiudono sui protagonisti. La frase iniziale «è questo che credi di essere?», pronunciata con protettiva tenerezza da Connie al fratello, è destinata a non avere risposta. Lo psichiatra riesce nel suo intento, come società vuole, di incasellare tutti al posto giusto: il ritardato insieme ai malati, il criminale in carcere. Non arriverà mai per loro il Good Time.


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