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Il gioco di Gerald

05/10/2017 11:00

Maurizio Encari

Recensione Film,

Il gioco di Gerald

Mike Flanagan firma uno dei miglior adattamenti da Stephen King

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Jessie Burlingame e suo marito Gerald, coppia in crisi da tempo, decidono di trascorrere un fine settimana nell'isolata casa di campagna, ai fini di rinfocolare la passione assopita. Per l'occasione l'uomo ha deciso di portare con sé un paio di manette, con le quali intrappola la moglie al letto per dar maggior pepe al rapporto. Le cose però non vanno come previsto e dopo una violenta lite tra i due Gerald si accascia al suolo colpito da un infarto, morendo sul colpo. Jessie, impossibilitata a liberarsi dal mancato nido d'amore, invoca inutilmente aiuto senza ricevere risposta, con l'incognita di un cane randagio e affamato che ha fatto irruzione nella dimora. Il peggio, però, deve ancora arrivare quando la donna comincia a soffrire di allucinazioni sempre più spaventose che sembrano ricollegarsi in parte al suo passato.


Stephen King e il cinema: tranne rarissime occasioni, non hanno mai avuto un buon rapporto. Ma forse da oggi la situazione potrebbe essere destinata a cambiare in meglio: in attesa del già annunciato adattamento di 1922, in esclusiva il prossimo mese proprio su Netflix, la piattaforma on demand ha prodotto la trasposizione de Il gioco di Gerald. Un film inquietante e ansiogeno, tra gli horror psicologici più interessanti degli ultimi anni. Mike Flanagan, già autore - tra gli altri - dei notevoli Somnia (2016) e Il terrore del silenzio (2016), trova la giusta chiave di lettura per trasportare le parole del romanzo in immagini e trascinare lo spettatore nell'incubo a occhi aperti vissuto dalla protagonista. Cento minuti di pura e crescente tensione permeati da un'atmosfera torbida e morbosa, che insinuano un senso di opprimente disagio. Scampato il potenziale rischio monotonia grazie a soluzioni stilistiche e narrative sempre interessanti, il film si concede anche alcuni flashback sull'infanzia della donna che speziano ulteriormente il tetro fascino del racconto. Le allucinazioni con cui questa dialoga, insieme alla costante minaccia del segugio affamato, rendono il tutto un magnifico esercizio di suspense, acuito dai risvolti potenzialmente sovrannaturali che fanno pian piano capolino con il giungere della notte. Si respira a pieni polmoni la sofferenza di Jessie e la sua inesorabile lotta contro il tempo per scampare a una morte lenta e dolorosa, mentre la follia comincia a destabilizzarne la psiche; al contempo le soluzioni si assottigliano sempre di più, conducendo a improvvise escalation di feroce e disturbante impatto emoglobinico che lasciano indubbiamente il segno, aumentando ulteriormente il già forte impatto empatico della vicenda. Vicenda giocata su un ispirato e geometrico uso degli spazi ambientali e del tempo filmico, trova nelle magistrali performance dei due personaggi principali l'ennesimo, determinante, punto di forza: un ottimo Bruce Greenwood tiene degnamente testa alla strepitosa performance di Carla Gugino, mai così brava.



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