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Ogni tuo respiro

08/11/2017 11:00

Emanuela Di Matteo

Recensione Film,

Ogni tuo respiro

Una storia vera, d’amore ma anche di resilienza e di coraggio

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Una storia vera, d’amore ma anche di resilienza e di coraggio, questa opera prima del regista Andy Serkis. Siamo nel 1957. Il giovane e brillante avvocato inglese Robin Cavendish (Andrew Garfield) si innamora a prima vista della bella e corteggiata Diana (Claire Foy, la Regina Elisabetta II nella serie The Crown) e la sposa. La loro vita sembra una meravigliosa favola, scandita da eleganza e humor britannico, cene con gli amici e un viaggio in Africa. Ma un dramma sta per colpire la famiglia: poco tempo dopo aver saputo che la moglie aspetta un bambino, infatti, Robin ha un malore inaspettato e sviene. Si risveglierà completamente paralizzato dal collo in giù, con diagnosi di poliomielite. Gli vengono diagnosticati tre mesi di vita.


Ma Robert Cavendish, persona realmente esistita, se non guarirà, morirà invece a sessantaquattro anni, dopo una vita piena di amore e di avventure, accanto agli amati moglie e figlio. Come è potuto accadere questo miracolo? Negli anni Sessanta infatti, i pazienti che non erano in grado di respirare autonomamente, vivevano attaccati a un macchinario e non era neppure concepibile che potessero uscire dall’ospedale. La loro aspettativa di vita era brevissima probabilmente anche perché si lasciavano morire, trattati come vegetali. Il protagonista di questa vicenda invece, ha la fortuna di avere dalla sua parte una moglie devota, decisa a non arrendersi mai e un amico, il professor Teddy Hall (Hugh Bonneville, appena visto in Paddington 2), in grado di costruire una sedia a rotelle dotata di respiratore. La sua sarà una vera e propria evasione dall’ospedale, dal luogo in cui i malati vengono trattati come fossero detenuti. Perché Robert Cavendish non si accontenta di sopravvivere, vuole veramente vivere. Questa forza lo porterà a rivoluzionare anche la qualità della vita degli altri ammalati come lui.


Visivamente ed emotivamente potente la scena in cui la piccola delegazione formata da Robin, Diana, i suoi fratelli e un rappresentante per il miglioramento delle condizioni di vita dei disabili si reca in un famoso ospedale tedesco, allo scopo di proporre il brevetto della sedia a rotelle col respiratore, e si trova di fronte a un’agghiacciante ed asettica stanza bianca, dalle cui pareti sporgono soltanto le teste dei pazienti, spesso giovani e bambini. Non siamo qualcosa da nascondere, qualcosa di cui la società deve vergognarsi, siamo persone, vogliamo vivere, vogliamo uscire dall’ospedale: è il succo di ciò che dirà Robin a una platea di medici. Non per nulla questo film è stato prodotto proprio da Jonathan Cavendish, il figlio di Diana e Robin Cavendish.


«Dio è una burla», afferma Robin, nella fase in cui desidera solo morire, poco dopo la diagnosi. «Dio è un burlone» – rilancia un suo compagno di stanza d’ospedale. Il regista Andy Serkis, ateo ma educato cattolicamente, snobba la religione ma nel profondo non nega una visione non priva di significato della vita: non siamo nati per soffrire, ma per vivere nel modo migliore, più bello e dignitoso possibile. I due coniugi Cavendish non hanno avuto esattamente il tipo di vita che si aspettavano, come spesso accade, ma hanno saputo plasmare ciò che avevano e renderlo migliore. Se non si possono cambiare le cose, possiamo cambiare però la nostra visione del mondo. Quando il registro del film parla la lingua della convenzione e della retorica romantica, forse per piacere e compiacere, perde credibilità, ma l’avventura umana e rivoluzionaria dei protagonisti è raccontata con efficacia, anche grazie alla sensibile interpretazione degli attori.



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