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My Name Is Emily

27/10/2017 11:00

Roberto Semprebene

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My Name Is Emily

Perdersi in Irlanda per ritrovare se stessi

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«I fatti sono solo punti di vista». Questa considerazione è l’eredità che Robert (Michael Smiley) lascia a sua figlia Emily (Evanna Lynch) nel momento in cui viene internato in una clinica psichiatrica. La ragazza si ritrova così, a 14 anni, orfana della madre (Deirdre Mullins), morta in un incidente, e priva del padre, eccentrico scrittore che non è riuscito ad affrontare la perdita della compagna. Emily si deve integrare in un nuovo contesto, in una nuova casa, in una nuova scuola nella quale la sua viva intelligenza e il suo anticonformismo le rendono difficile farsi accettare da compagni e insegnanti. Solo Arden (George Webster), un suo compagno di classe si dimostra interessato a lei. Nel momento in cui non riceve più lettere dal padre, Emily decide di andare di persona a riprenderselo: ha così inizio un emozionante road trip in cui la ragazza impererà a conoscere se stessa.


La descrizione di Emily e del suo percorso di crescita personale è delineato dal regista Simon Fitzmaurice in modo molto efficace: una situazione di partenza drammatica, in cui il delirio del dolore colpisce una famiglia fino ad allora felice della propria unicità, sconvolge la vita di una ragazzina. La vivace intelligenza di Emily colpisce la sensibilità di Arden che, senza dover paragonare a lei il proprio percorso, vive una complicata relazione con suo padre. Ma Arden ha anche una nonna fuori dagli schemi (interpretata da Stella McCusker) che il ragazzo considera un punto di riferimento emotivo: è proprio l'anziana signora a dare ai due giovani la macchina gialla con la quale affronteranno il viaggio verso la clinica, che li porterà attraverso i bei paesaggi di un’Irlanda del Nord, sulle note della piacevole colonna sonora composta da Stephen McKeon.


Il percorso dei due ragazzi è puntellato di incontri e situazioni che li aiutano a conoscersi meglio, a mettersi in discussione e ad osare, specchiando l’uno nell’altro le proprie convinzioni e accettando le diversità, di vedute, di personalità, di sensibilità. La presa di coscienza che Emily conseguirà è quella classica del percorso che dall’infanzia porta all’adolescenza e alla prima maturità, ma si sviluppa su un tracciato atipico e certamente non facile. Cionondimeno, il superamento della sofferenza per i traumi subiti e l’accettazione del rischio di aprirsi agli altri potrà portare anche lei ad essere felice e consapevole di sé stessa. Delicato e simpatico, costruito con diligenza intorno all’alchimia che si crea fra i due protagonisti, My Name Is Emily è un racconto di formazione non privo di spunti di riflessione interessanti.



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