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Ride

29/08/2018 11:00

Marcello Perucca

Recensione Film,

Ride

Thriller, action movie, film sugli sport estremi, sci-fi... e videogame

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Thriller, action movie, film sugli sport estremi, science fiction. E anche un po’ videogame. Ride, opera prima che il regista Jacopo Rondinelli ha realizzato da una sceneggiatura di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, è tutto questo e altro ancora. La storia si sviluppa lungo una trama, tutto sommato, piuttosto semplice. Costellata però da numerosi colpi di scena che, uniti a una giusta dose di violenza (necessaria in un film del genere), rendono la pellicola godibile e divertente.


Max (Lorenzo Richelmy) e Kyle (Ludovic Hughes) sono due giovani riders acrobatici, entrambi con grossi problemi economici: il primo ha debiti di gioco, il secondo ha moglie e figlio a carico. Ricevono l’invito a partecipare a una misteriosa gara di downhill, specialità altamente acrobatica che si corre su percorsi accidentati e in forte pendenza. In palio ci sono 250.000 dollari. Spinti dalla allettante possibilità di riscuotere il premio accettano, scoprendo troppo tardi, a loro spese, di essere finiti in un gioco nel quale dovranno impiegare tutte le energie psico-fisiche per non soccombere. Una vera e propria corsa per la sopravvivenza.


A colpire, in questo film, non è tanto la storia, non dissimile da altre già viste sul grande schermo, quanto la tecnica utilizzata. Girato interamente in inglese - scelta anomala per un film italiano ma, senza dubbio, azzeccata - e ambientato in un bike-park fra le montagne e i boschi del Trentino, il film giova di un montaggio estremamente serrato - da videoclip - che esalta il senso frenetico dell’azione e sollecita, nello spettatore, una buona dose di inquietudine. Le immagini sono state girate utilizzando videocamere GoPro, progettate per realizzare riprese in condizioni estreme. Ogni attore ne portava tre, una sul casco, una dietro le spalle e una montata sulla bicicletta. Inoltre una ventina di videocamere per ogni scena erano state disseminate lungo il tracciato che Max e Kyle si trovano a percorrere. Tutto ciò ha reso particolarmente complessa la fase del montaggio da parte di Filippo Mauro Boni e Fabio Guaglione, che sono riusciti a confezionare un prodotto sicuramente efficace e di grande impatto scenico.


Il linguaggio del film si basa sul found footage, video in cui la narrazione viene fatta mediante filmati realizzati dai personaggi stessi. Ecco quindi che vediamo i due riders scendere a velocità sfrenata lungo i sentieri accidentati del bosco, filmando essi stessi ciò che vedono e creando pertanto nel pubblico un senso di straniamento. Quasi come un videogioco in soggettiva nel quale il player – in questo caso lo spettatore – diventa parte integrante del gioco stesso. Del videogioco Ride contiene anche molti degli stereotipi: la gara, il punteggio dei concorrenti che scorre sullo schermo, i vari livelli da superare per poter arrivare alla vittoria finale, i cattivi che cercano di impedire ai concorrenti di portare a termine la corsa. E al termine di ogni livello dei monoliti neri, disseminati lungo il percorso, che rappresentano degli enormi smartphone che si attivano con un semplice “touch” e che racchiudono tutte le indicazioni vitali per i concorrenti che, senza di esse, appaiono persi e incapaci di proseguire. Facile metafora del grado sempre più esasperato della nostra dipendenza tecnologica.


In uscita il 6 settembre su grande schermo, Ride si rivela un buon film di intrattenimento, con un finale che, in alcuni momenti, rimanda a Eyes Wide Shut e che risulta non completamente chiarito: una porta aperta ad altri possibili sviluppi?



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