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Malarazza - Una storia di periferia

07/11/2017 12:00

Andrea Desideri

Recensione Film,

Malarazza - Una storia di periferia

Una vera e propria denuncia delle condizioni delle periferie urbane

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In provincia di Catania, le famiglie mafiose soggiogano il territorio. Le loro attività illecite scandiscono la vita quotidiana e finiscono per coinvolgere anche chi vorrebbe un futuro migliore, magari in un posto diverso. Come Rosaria (Stella Egitto), moglie di Tommasino Malarazza (David Coco), galoppino alle dipendenze di Don Pietro (Cosimo Coltraro) – detto ‘U porcu –, costretta a vivere con suo figlio Antonino fra sotterfugi e violenze. Il sogno di un avvenire migliore sarà uno stimolo per la giovane donna che, con l’aiuto di suo fratello Franco (un travestito dal cuore buono), cercherà di opporsi al destino inesorabile riservato a chi, purtroppo, nasce e cresce nei meandri periferici del sud Italia.


Malarazza - Una storia di periferia prende spunto dai sobborghi catanesi, la narrazione di una vicenda giovanile dove tutto accade sul filo dell’illegalità. Il regista Giovanni Virgilio, come impone il suo cognome, fa da guida in questo inferno dove l’illecito soppianta la legge sempre e comunque. Quando si ha a che fare con la mafia, troppo spesso vengono evidenziati luoghi comuni che hanno finito col banalizzarla. In Malarazza - Una storia di periferia questo non avviene, ma ci si sporca le mani – al pari dei criminali raccontati in un’ora e mezza – scavando nel torbido: non solo delitti, non solo sangue, non solo ricatti. Anche, e soprattutto, pretese, coercizioni, annientamento. Al clamore del sangue, è stato preferito il silenzio assordante dei compromessi, la paura figlia delle tacite violenze, il fallimento di un popolo che – suo malgrado – accetta con rassegnazione di essere primo fra gli ultimi.


Una crudezza disarmante espressa senza alcun tipo di compiacimento scenico: è chiara l’esigenza di voler sbattere in faccia a chi guarda la triste realtà, fatta di amarezza, cinismo e aridità, incapace di salvare qualcuno. A farne le spese sono anche i più piccoli, che vengono violentati – non per forza fisicamente – e costretti a crescere prima del tempo. Un’infanzia rubata è il preludio di un’adolescenza sbandata, che porta alla ricerca di conferme, le quali non sempre vengono date da persone raccomandabili. Quindi, ci si arrangia, si vivono le strade con le loro insidie e perversioni, sperando che arrivi qualcuno con la forza di cambiare le cose.


Nessuno si salva da solo e lo capiamo in quasi cento minuti dove una madre deve nascondere la propria cultura e il proprio intelletto, poiché potrebbe pagare a caro prezzo la voglia di rivalsa. Lo stesso vale per suo figlio che, a quindici anni, nonostante un’intelligenza spiccata accompagnata da una curiosità vivida, si arrende alle realtà di spaccio entrando a far parte di determinati ingranaggi ormai oliati da secoli. Tutto in nome dei soldi, del rispetto che – in certi posti – vale più di ogni altra cosa. Quel rispetto conquistato tra il losco e il brusco, che preferisce i colpi d’arma da fuoco all’importanza delle parole, in grado di usare la forza solo per inibire, senza alcuna prospettiva. Non c’è redenzione, non ci sono rimpianti, vige la legge del più forte che non ammette esitazioni.


Chi si ferma è perduto, morente, nell’indifferenza generale. Ogni tanto qualcuno prova ad alzare la testa, ma chiunque sa che sono sprazzi sporadici, destinati a svanire nell’eco delle grida disperate di un malcapitato. Questa è una vera e propria denuncia delle condizioni delle periferie urbane, al fine di riflettere sulla crisi della legalità nelle aree più marginali dei territori. Una ferita aperta che il cast attorale sviscera e snocciola attraverso ogni increspatura possibile, il mare – protagonista inconsapevole – bagna la spiaggia nel finale del film, come a voler ripulire una regione dalle continue nefandezze. Purtroppo, non sempre basta.



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