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Happy End

25/10/2017 10:00

Edoardo Ribaldone

Recensione Film,

Happy End

Un dramma/farsa dal regista Michael Haneke

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A Calais, porto francese affacciato sulla Manica, abita la facoltosa famiglia Laurent: Georges, e i figli Anne e Thomas. I Laurent affrontano una difficile situazione economica e non esitano a lasciarsi coinvolgere in attività ben poco oneste e trasparenti. I membri della famiglia rimangono però indifferenti all’aggravarsi di tale condizione e finiscono invischiati in relazioni sentimentali che li allontanano dalle loro responsabilità professionali.


Rispetto ai film precedenti di Michael Haneke, in Happy End il dramma viene ibridato con la commedia, attraverso lo sguardo ironico e irridente col quale il regista osserva i suoi personaggi che, infantilmente, rifiutano di affrontare i problemi e le difficoltà che affliggono la lor famiglia. Il distanziamento ironico costituisce il filtro per impedire allo spettatore un coinvolgimento diretto con gli eventi narrati, che vengono spesso ridicolizzati o comunque privati di qualunque dignità e consapevolezza di sé; tanto che spesso la tragedia incombente assume toni quasi farseschi, come mai prima era avvenuto nell’opera del regista austriaco.


A evitare che il film si muti del tutto in una commedia, e che la storia narrata perda di credibilità, contribuisce la messinscena severa e fredda che sempre caratterizza lo stile del regista. Sia nelle riprese in interni - dove la macchina da presa, attraverso la fluidità e la scioltezza dei movimenti, segue da vicino gli spostamenti dei personaggi nelle ampie ed opulente stanze della loro abitazione -, sia in quelle in esterni: avvolgenti carrelli laterali e in avanti, che seguono i personaggi ripresi di quinta, cercano di disegnarne le traiettorie nello spazio della città e ne rivelano l’incertezza che li caratterizza; dalle generazioni più giovani a quelle più vecchie. A scuotere i protagonisti dall’atarassia e dall’indifferenza che li isola e li avviluppa nelle loro liaison provvede la scena finale, che vede la famiglia riunita per un pranzo sull’oceano. I Laurent, nello stupore e nello sgomento generale, si trovano dinanzi un gruppo di richiedenti asilo allontanati dall’ormai tristemente nota «giungla» di Calais, appena sgombrata dalla polizia francese. L'attualità irrompe così: i personaggi, alto borghesi alieni a qualunque coinvolgimento con la realtà presente, soliti isolarsi dal resto del mondo, si trovano improvvisamente e prepotentemente coinvolti.


Qui lo sguardo etico del regista si fa più evidente e chiaro: a essere rappresentati come egoisti e indifferenti non sono soltanto i membri della famiglia Laurent, ma in loro si rispecchia l’intera borghesia europea, restia ad aprire gli occhi sui cambiamenti che sconvolgono gli asseti economici e sociali dei paesi occidentali; anche se questi avvengono nella loro stessa città, magari in un diverso quartiere, periferico e disagiato. Michael Haneke invita dunque il pubblico a riconoscersi nei protagonisti di questo dramma/farsa non tanto attraverso un coinvolgimento emotivo ( i casi del personaggi sono anzi spesso osservati con sprezzante ironia) quanto nella raffigurazione di soggetti chiusi in un’agiatezza minacciata dalla crisi economica; prigionieri di un’indolenza e di un’incapacità di agire concretamente sulla realtà presente. Happy End è allora un ritratto spietato - senza sconti, giustificazione, né tanto meno compassione - di una classe sociale che sembra aver perso il legame con la storia e col mondo, abbarbicata a privilegi e incapace di aprirsi ai mutamenti che il divenire storico inevitabilmente porta con sé.



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