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Cure a domicilio

22/11/2017 12:00

Emanuela Di Matteo

Recensione Film,

Cure a domicilio

Cure a Domicilio, un dramma alleggerito da un'ironia disincantata

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Siamo in Moravia, parte rurale della Cecoslovacchia, dove i paesaggi invernali hanno colori grigi e alzare un po’ il gomito aiuta la gente a sconfiggere il freddo che morde. Qui le tradizioni popolari resistono ancora: come un’anziana signora che spalma grasso di cane (…e anche qualcosa di peggio) sulla gamba ulcerata; o come due genitori che alla nascita della loro figlia femmina seppelliscono sotto terra una bottiglia di distillato di prugne – slivovitz - che apriranno il giorno delle sue nozze.


Vlada (Alena Mihulová), infermiera di mezza età, corre da una parte all’altra per portare le sue cure a domicilio. Lo fa con dedizione totale, arrivando a trasformarle in qualcosa di parentale e amorevole, giungendo anche a supplire laddove il sistema sanitario non arriva, a fare ciò che nessuno farebbe. Vlada è una donna straordinaria, ma non sa di esserlo. La consapevolezza di se stessa, di quel che è e di ciò che le manca, arriverà nel modo più tragico e inaspettato: un incidente stradale e un’amara scoperta, che avverrà la notte in cui il coniuge, sentimentalmente inibito, risponde picche alla sua richiesta di un passaggio, nonostante la moglie abbia perso l’ultimo autobus e stia calando la sera.


Questa opera del regista Slávek Horák, per la prima volta alle prese con un lungometraggio, ma già autore di corti selezionati al Festival di Cannes e regista pubblicitario pluripremiato, affronta il tema delle cure mediche alternative a quelle tradizionali, restando in equilibrio fra il possibile e l’inevitabile. Non prende posizioni, non dà risposte, ma ha il merito di far nascere interrogativi e di porre in primo piano l’umanità del paziente, intesa sia come comprensione/compassione che dignitoso diritto alla ricerca della felicità.


Un dramma, alleggerito da un'ironia disincantata che lo rende un po' commedia, pur essendo la malattia e la morte i temi centrali. D’altra parte, nel 2013, Uberto Pasolini con Still Life era riuscito a raccontare l’epopea di John May, impiegato comunale che si occupa delle esequie dei più poveri e derelitti - anche lui, come Vlada, fa quel che nessun altro farebbe - creando un piccolo gioiello, una storia di buoni sentimenti del tutto priva di autocompiacimento e buonismo. Si tratta di personaggi schiacciati dalla vita e mediocri che perseguono il bene altrui come spinti da un senso dell'inevitabile e del giusto, proprio come se fosse la cosa più normale da fare.


In un contesto così realistico e greve di corpi piagati, di vecchi, di malati, di mestizie coniugali, la sequenza onirica della protagonista - che assume il ruolo sacrificale di un cerbiatto ferito - giunge lieve come una carezza inaspettata e provoca un tuffo al cuore. Ricorda i film dello scomparso Carlo Mazzacurati (Vesna Va Veloce, Il Toro), dove il magico e il surreale irrompono all’improvviso con la promessa di una speranza, anche dove c’è ben poco da sperare. Cure a Domicilio, come già Still Life, ci ricorda che la bontà, a questo mondo, non paga e non viene premiata. Ma non per questo non lascia un segno profondo e indelebile.


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