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Caccia al tesoro

23/11/2017 12:00

Angela De Angelis

Recensione Film,

Caccia al tesoro

La coppia Salemme-Buccirosso in una commedia che cita Toto e Peppino

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Domenico (Vincenzo Salemme) è un attore di teatro che non ne azzecca una. Vive a Napoli con sua cognata Rosetta (Serena Rossi) e il nipotino Antonio, gravemente malato di cuore e bisognoso di una costosa operazione. I due sono due spiantati e, come ogni buon partenopeo che si rispetti, decidono di rivolgersi a San Gennaro. Un equivoco fa credere alla coppia che il Santo vuole che rubino la preziosa mitra del suo famoso tesoro. Così, insieme a Ferdinando (Carlo Buccirosso), uno squattrinato, anche lui lì per chiedere la grazia, i due decidono di formare un’improbabile banda di ladri.


Almeno sulla carta, l'ultimo film dei fratelli Vanzina cerca di ricalcare le gesta di Dino Risi e Mario Monicelli, sulla scia della più pura commedia all'italiana e della commedia dell'arte napoletana. Ma l'operazione riesce solo in parte. Se infatti il film è chiaramente un omaggio a Operazione San Gennaro e I Soliti Ignoti, i due cineasti romani non colgono totalmente nel segno, pur avvalendosi del talento dell’affiatatissima coppia comica Salemme-Buccirosso.


Prima di tutto perché, nonostante l'indubbio talentino, i due in questione non sono Totò e Peppino De Filippo; ma anche, e soprattutto, perché Caccia al tesoro dimostra subito di avere obiettivi e aspirazioni limitate. La sceneggiatura teatrale mostra un confezionamento eccessivamente forzato, che vistosamente cita la commedia italiana anni '50 e '60. Il piacevole spirito partenopeo non riesce a celare del tutto i luoghi comuni e la farsa, che alla lunga non suscita le risate sperate.


Il cast si dimostra, invece, il punto di forza: non solo la coppia Salemme-Buccirosso, ma anche Christiane Filangieri e Max Tortora riescono a donare verve ai dialoghi un po' scontati (e volgarotti), tenendo bene nei botta/risposta e cavalcando ritmo e tempi comici egregiamente. Il genere “colpo grosso” offre spunti agli attori per dimostrare una fisicità tutta teatrale e suscitare risa, permettendo alla costruzione narrativa di sembrare più riuscita di quanto in realtà non sia. Fa eccezione Serena Rossi, napoletana doc, che risulta stranamente poco a suo agio con la recitazione della commedia dell’arte, rivelandosi a volte troppo caricata.


Anche i personaggi sono delineati con occhio affettuoso, ma un po' eccessivo, come nel caso nel camorrista O' Mastino (Francesco Di Leva). Questo film dei fratelli Vanzina si colloca su un livello un po' più alto del resto della loro produzione e ha almeno il merito di focalizzare l'attenzione dello spettatore su due punti: il valore e la tradizione che la commedia ha avuto (e dovrebbe continuare ad avere) sul cinema italiano; la poetica e la scanzonata arte dei napoletani, attori e non, di arrangiarsi e reinventarsi sempre.



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