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Egon Schiele

01/12/2017 11:00

Roberto Semprebene

Recensione Film,

Egon Schiele

Un freddo ritratto di Egon Schiele

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Ispirato al romanzo Tod und Mädchen: Egon Schiele und die Frauen di Hilde Berger, Egon Schiele è sceneggiato dalla stessa Berger insieme al regista Dieter Berner. Il pittore è una delle figure cardine dell’espressionismo austriaco: provocatorio, scioccante; per l’epoca in cui visse, la sua concezione artistica era estrema, al limite dell’inaccettabile.


Il film ci presenta Schiele (Noah Saavedra) come un giovane affascinante, dotato di una grande capacità di seduzione, attratto dalle donne e dal corpo femminile, senza il minimo freno inibitore, neanche per quanto riguarda l’età dei soggetti ritratti. Se la sua carriera inizia avendo come musa ispiratrice la sorella minore Gerti (Maresi Riegner), è con la modella Wally (Valerie Pachner) che l’artista raggiunge la propria maturità artistica, dipingendo capolavori come La morte e la fanciulla, esposto al Leopold Museum di Vienna. Nel percorso artistico ed esistenziale di Schiele, il rapporto con le autorità e le leggi, ma soprattutto con la morale comune, è costantemente di opposizione: accusato a più riprese di pornografa e persino di abuso di minore, l’artista continua per la propria strada senza accettare compromessi, sostenuto da pochi ma importanti estimatori come il grande Gustav Klimt, che in lui vedeva l’unico possibile successore.


Il film di Berner costruisce un racconto circolare, che inizia dall’ultimo periodo di vita di Schiele, morto giovanissimo, a 28 anni, per le conseguenze di una malattia insieme alla moglie Edith Harms, sua terza modella più importante. Dal letto di malattia Berner ci riporta alle origini del pittore per poi seguirne la storia secondo l’effettiva cronologia. Per quanto puntellata dai conflitti con l’autorità e con i sentimenti delle proprie modelle, la storia non prende particolarmente: complice una messa in scena un po’ piatta e una fotografia più televisiva che cinematografica.


La figura di Schiele viene rappresentata in modo coerente con la documentazione storica, ma non fa mai veramente breccia; i momenti di pathos, i contrasti che dovrebbero maggiormente suscitare emozioni - in particolare rispetto al rapporto con Wally, forse suo unico vero amore al di fuori della pittura - lasciano piuttosto freddi, sembrano mancare della capacità di dare espressione ai tormenti dell’artista al di là della loro mera espressione verbale. Artista geniale e uomo dall'etica discutibile, Schiele seppe essere interprete dei tormenti e delle nevrosi dell’Europa di inizio secolo; fino a quando lo scoppio della Prima Guerra Mondiale arrivò a condizionarne la ricerca e libertà artistica, portandolo a fare del dolore e del disagio esistenziale la cifra stilistica che lo ha reso immortale. Questo prorompente male di vivere, la nervosa rappresentazione di una realtà sentita come costrittiva e castrante, nel film è descritta, ma non trasmessa, rimanendo un racconto che interessa la testa ma non prende né il cuore né lo stomaco.



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