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Senza Distanza

12/06/2018 11:00

Andrea Desideri

Recensione Film,

Senza Distanza

Sono le distanze il veleno dell’amore, oppure l’importanza che noi stessi diamo alla lontananza?

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L’altra faccia dell’amore, quella lontana dal romanticismo più palpabile e dall’affetto tangibile, è raccontata da Andrea Di Iorio che, alla sua opera prima, azzarda. Al pari di un novello architetto, tesse trame e architetture sceniche imprevedibili, senza riferimenti spazio temporali. Colloca Mina ed Enzo – coppia protagonista della vicenda – all’interno di un bed & breakfast che sarà la loro zona franca. Lontano da ogni traccia, i due partecipano a un esperimento sociale: ogni camera dello stabile corrisponde a una città del mondo; appena entrati in una stanza si vivrà nel fuso orario di quel (non) luogo. Un’eclissi dei confini che piegherà i due innamorati a regole ferree da rispettare, paletti che diverranno terreno fertile per cementificare o affossare un sentimento.


Senza Distanza passa al setaccio i sentimenti più disparati, stravolgendoli e collocandoli in un luogo ameno per carpirne le modifiche e le evoluzioni. Andrea Di Iorio, all’esordio dietro la macchina da presa, resta affascinato dal mutare di singole suggestioni e convinzioni sociali in base a un cambiamento forzato degli equilibri. Sono le distanze il veleno dell’amore, oppure l’importanza che noi stessi diamo alla lontananza? Quest’interrogativo se lo pongono i protagonisti, che rispecchiano - in parte - una generazione. I trentenni, non-giovani del terzo millennio, si trovano al cospetto di scelte obbligate: carriera o amore? Spesso le due cose non sembrano andare di pari passo. Complice una serie di fattori indipendenti che si vanno a collocare in un puzzle d’incertezze: disoccupazione, congiuntura economica, scarsa fiducia nel sistema; la “generazione Erasmus” si trova costantemente dinnanzi a un bivio e non sa da che parte stare. Scegliendo un sicuro futuro, un impiego certo altrove, si deve rinunciare – quasi sempre – a costruire un legame duraturo.


Proprio su quest’incompiutezza, l’opera di Andrea Di Iorio impernia vizi, virtù e provocazioni di una classe sociale cresciuta nello spaesamento, che per ritrovarsi è obbligata a un lavoro d’introspezione non richiesto. Niente è scontato se non lo scorrere del tempo, dettaglio non trascurabile, nonostante l’assenza di riferimenti. In quest’ “Isola che non c’è”, nell'atmosfera accogliente di un albergo, una storia d’amore potrebbe cementificarsi o sgretolarsi. Il reality show opposto alla cruda realtà, senza mezzi termini. Senza, appunto, distanza.


La narrazione non perde mai ritmo e credibilità, malgrado l’assenza di confini e punti fermi. Tutto è in divenire, nessun segnale orario o transitorio; ogni cosa accade perché orchestrata da azioni e reazioni all’interno di meccanismi ben congegnati. Laddove, a una prima occhiata, il romanticismo sembrerebbe essersi smarrito in un motto di arrendevolezza, viene recuperato tempestivamente con immagini forti e passionali che restituiscono l’intensità dei rapporti umani e sentimentali che – per abitudine – sottopongono chiunque a una giostra di emozioni.


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