Un bosco vestito di abiti invernali; due cervi, un maschio dal possente palco di corna e una giovane femmina, si osservano, brucano le poche foglie secche presenti al suolo, si sfiorano con i loro nasi umidi. È l’inizio di Corpo e anima, il film della regista ungherese Ildikò Enyedi, vincitore dell’Orso d’oro al 67° Festival del cinema di Berlino. Poi la macchina da presa si sposta su altri animali: vacche in attesa di essere uccise all’interno di un mattatoio; le scene crude del macello, il sangue che scorre a fiumi, i quarti di bue appesi ai ganci fanno da contraltare alle placide immagini dell’incipit. Capiremo in seguito che le scene con i due cervi, ricorrenti per tutta la durata del film, hanno a che fare con i sogni di Endre, il maturo direttore del mattatoio e Mária, la giovane laureata responsabile del controllo qualità. Tra i due inizierà un lento e inevitabile avvicinamento. Entrambi dovranno superare le proprie difficoltà relazionali: Endre, paralizzato al braccio sinistro, dopo aver detto addio da tempo alla possibilità di avere un rapporto sentimentale, inizierà a osservare la donna cercando di penetrarne il distacco apparente; lei, incapace a distaccarsi dal proprio mondo infantile, che le impedisce di avere contatti fisici e la costringe in una dimensione quasi autistica, affronterà le difficoltà delle relazioni sociali. Film psicologico in cui la lentezza delle scene è propedeutica a una lenta ma necessaria scoperta dell’intimo più profondo dei due protagonisti. La macchina da presa indaga i volti, ne scruta i gesti. Grazie alla grande attenzione per i particolari, ci permette di scoprire le personalità di Endre e Mária seguendone gli sforzi per uscire dalle proprie prigioni mentali. Il film della regista magiara parla di privazioni, sia dal punto di vista fisico che psicologico. Osserviamo gli sforzi di Endre e Mária nel mettere a contatto i propri corpi e le proprie anime avvicinandosi l’un l’altro furtivi, come cervi. Corpo e anima è una storia raccontata “in minore”: la fotografia di Máté Herbai è straniante, caratterizzata da una voluta freddezza espressiva che porta lo spettatore a non emozionarsi e a non inorridire neanche davanti alle scene più crude del mattatoio. Un‘opera che ha meritatamente vinto uno dei festival più prestigiosi al mondo e che si colloca di diritto fra le migliori pellicole a tema psicologico.