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La vedova Winchester

12/02/2018 12:00

Marco Filipazzi

Recensione Film,

La vedova Winchester

Dai fratelli Spierig, un horror tratto dalla leggenda della vedova Winchester

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Sarah Winchester, rimasta vedova del marito (il magnate dell’omonima industria di armi), è convinta di essere perseguitata dalle vittime dei fucili prodotti dall’azienda di famiglia. Decide perciò d’iniziare a costruire stanze su stanze per ampliare l’abitazione, in modo tale che i fantasmi vi si perdessero dentro e smettessero di tormentarla. La storia della vedova Winchester è un ottimo spunto per realizzare un film horror: eppure è solo nel 2006 che ha iniziato a farsi strada la produzione de La vedova Winchester, idea che si è concretizzata solo con l’interessamento dei fratelli Spierig.


Per chi non li conoscesse, Michael Spierig e Peter Spierig sono l’incarnazione cinematografica di quando al liceo i professori dicono ai genitori «Ha del potenziale, ma si distrae facilmente e non si applica». Alla loro quinta regia, questa analisi non trova altro che conferme. Fatta eccezione per il recente e poco entusiasmante Saw: Legacy, i fratelli Spierig sono anche sceneggiatori dei loro film: il che rende tutto ancor più frustrante, dato che le idee che mettono in scena sono sempre molto accattivanti e originali.


Dopo aver rielaborato le invasioni di zombie in Undead, la mitologia vampiresca in Daybreakers – L’ultimo vampiro e i viaggi nel tempo con Predestination (a oggi il loro film più riuscito, forse perché non è tutta farina del loro sacco dato che si basa su un racconto di Robert A. Heinlein), è la volta di misurarsi con una casa infestata.


La storia alle origini del film è un misto di realtà e leggenda che ben si sposa con le atmosfere gotiche riportate in voga dal cinema di James Wang; inoltre la Winchester House è uno spunto inedito per il cinema (fatta eccezione per il trascurabile tentativo del 2009 della Asylum, Haunting of Winchester House). Se si aggiunge che nei panni della vedova vi è addirittura il premio Oscar Helen Mirren, si può dire che questa volta i fratelli Spierig avevano a disposizione una mano vincente. E per la prima mezz’ora di film riescono a giocarsi bene la loro partita. Peccato che quando arriva il momento di alzare il livello, quando entrano in gioco i fantasmi e tutti i meccanismi di tensione e paura, gli Spierig cadono nel facile tranello dei bubusettete a buon mercato. Tutta la parte centrale del film è un insieme di scene silenziose che culminano con la faccia distorta di qualche spettro e l’audio sparato al massimo dalle casse del cinema per far saltare gli spettatori sulla poltrona. Insomma, nulla che non si sia visto negli ultimi 50 anni di film sulle case infestate. Il finale a base di redenzione e buonismo non è nemmeno troppo stonato rispetto all’impostazione della storia, però quando le luci si riaccendono rimane in bocca quel retrogusto amaro di occasione sprecata. Una sensazione sgradevole che si ripropone ogni volta che sullo schermo compare la frase «Scritto e diretto da Michael e Peter Spierig».



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