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The Silent Man

02/04/2018 11:00

Roberto Semprebene

Recensione Film,

The Silent Man

Il Watergate visto dall'interno, da uno dei suoi protagnisti

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“Gola Profonda” è il nome dato dai giornali all’informatore che contribuì in modo determinante all’esplosione mediatica dello scandalo del Watergate, minando il consenso del Presidente Nixon e costringendolo da ultimo a rassegnare le dimissioni. Dietro questo nome si è nascosto fino agli anni 2000 l’ex vice-direttore dell’FBI, Mark Felt, interpretato da Liam Neeson nel film The Silent Man, diretto da Peter Landesman. Pochi episodi nella storia americana hanno la rilevanza dell’inchiesta condotta dai giornalisti Bob Woodward e Carl Bernstein, che portò all’impeachment del presidente succeduto a Kennedy e Johnson. Pochi personaggi sono rimasti così invisi all’opinione pubblica come Nixon e pochi altri informatori hanno saputo ritagliarsi un ruolo così determinante in un’indagine giornalistica o anche investigativa. Il materiale sul quale si basa il film è dunque di grande prestigio e potenzialmente foriero di un ottimo prodotto di approfondimento. Eppure The Silent Man non rispetta le aspettative.


Nel film di Peter Landesman manca praticamente ogni elemento che avrebbe contribuito a ottenere un buon risultato in termini cinematografici. Fin dal primo momento, il taglio delle immagini, come la fotografia che le contraddistingue, dà l’impressione di un film vecchio. E con il procedere della storia il ritmo non migliora, per via di un montaggio che non riesce a costruire tensione, non sostiene la trama e non alimenta la curiosità. Non intervengono a favore del film neanche la recitazione degli attori, compreso un Liam Neeson troppo truccato e poco convinto; né la musica, che sottolinea con eccessiva enfasi i passaggi cruciali e si perde in quelli meno determinanti.


Dal punto di vista della trama, la scelta di Peter Landesman è quella di raccontare Felt, un "ruolo" e un uomo: questo doppio binario alterna alla ricostruzione della verità sul caso Watergate, la disperata ricerca dell’amata figlia, legatasi apparentemente a un gruppo sovversivo. Sebbene queste due anime rappresentino effettivamente il personaggio di Mark Felt, sullo schermo i due momenti sembrano slegati, non si amalgamano e delineano un Giano Bifronte che non emoziona nemmeno sul piano umano. Infine, è un grande peccato che la sceneggiatura non riesca a dare respiro ai giochi di potere, ai sotterfugi, agli intrighi che la vicenda Watergate porta con sé: sono decisamente altri i film che hanno saputo raccontarla in modo più avvincente.



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