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Beyond the Gates

26/01/2018 12:00

Marco Filipazzi

Recensione Film,

Beyond the Gates

Beyond the gates, un omaggio al cinema di genere italiano

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Da qualche anno stiamo assistendo a una vera e propria ondata di “ritorno al passato” che, specialmente in campo horror, ammicca più o meno esplicitamente alle pellicole degli anni ’70, ’80 e ultimamente anche ’90. Alcuni prodotti sono buoni, altri discutibili, molti non raggiungono la sufficienza. E poi c’è la linea di confine, ovvero quei film che sulla carta hanno una trama a prova di bomba, eppure conclusa la visione non ti lasciano del tutto appagato. Un po’ come quando stai leccando un cono gelato e la pallina del tuo gusto preferito cade per terra, lasciandoti un buon sapore in bocca ma anche un incredibile senso di frustrazione perché ne potevi mangiare molto di più. Ecco, Beyond the Gates è esattamente questo.


Perché ancora prima di schiacciare play, ancora prima di conoscere alcunché sulla trama del film, quel titolo altro non è che un’esplicita dichiarazione d’intenti: omaggiare il cinema di genere italiano. Quello glorioso, portato alla ribalta da Dario Argento e Lucio Fulci. Ed è proprio da quest’ultimo che deriva il titolo, ammiccando al contempo a ...e tu vivrai nel terrore! L’Aldilà (The Beyond, appunto) e agli ultimi due film della sua prolifica filmografia: Voci dal profondo (Voices from beyond, dal quale mutua anche alcuni spunti narrativi, come quello del tormentato rapporto con il padre che ritorna) e Le porte del silenzio (Door into silence). Per chi ama questo tipo di cinema, le aspettative con cui ci si approccia alla visione sono alle stelle.


Due fratelli, allontanatosi negli anni, si ritrovano dopo la misteriosa scomparsa del padre. Durante la liquidazione della videoteca di cui era proprietario, ritrovano un gioco da tavolo VCR: di quelli in cui bisogna inserire una cassetta e seguire le istruzioni date. Scopriranno che questo gioco ha a che fare con la scomparsa del genitore.


Innanzitutto il cast, davvero degno di nota. Nei panni dei due fratelli troviamo Graham Skipper (visto in analoghe operazioni horror/nostalgiche quali Carnage park e Almost human) e Chase Williamson (il John che alla fine di John dies at the end forse muore o forse no): questi interpreti riescono a trovare la giusta chimica per portare in scena il loro conflittuare rapporto. Poi c’è Barbara Crampton (la voce narrante del gioco), che nella seconda metà degli anni ’80 ha partecipato a film seminali quali Re-Animator e From Beyond, entrambi diretti da Stuart Gordon. A dirigere il tutto Jackson Stewart, classe 1985, qui al suo suo primo lungometraggio, ma con una gavetta fatta proprio alla corte di Gordon. Visto come il cerchio si chiude?


L’incipit del gioco maledetto che fa sparire le persone può apparire una rivisitazione in salsa paranormale di Jumanji, ma non è necessariamente un male, soprattutto perché Beyond the Gates è più legato agli anni ’90 che alla decade precedente, con la sua saturazione di VHS, videoteche polverose e giochi da tavolo VCR (si pensi ad Atmosfear, che in Italia approdò nel 1992). Il vero problema di Beyond the Gates è che su un’ora e mezza (scarsa) di pellicola, per almeno 50 minuti non accade nulla.


Ok la presentazione dei personaggi. Ok l’introspezione psicologica. Ok il preparare l’atmosfera per la parte finale, ma più il minutaggio scorre, più ci si chiede quando i protagonisti inzieranno a giocare a questo benedetto VCR! E quando finalmente la partita comincia e il film si sposta su di un altro livello – quello in linea con le aspetattive iniziali – è ormai troppo tardi. Il terzo atto risulta tanto frettoloso che non si riesce nemmeno a godere delle scene splatter e più puramente horror che scorrono sullo schermo. Le morti avvengono in rapidissima successione, lo scontro finale è troppo sbrigativo, la risoluzione appare solo abbozzata. Per mantenere il passo con il ritmo della prima parte (lenta e in alcuni punti ripetitiva, ma mai noiosa) il film avrebbe necessitato di almeno 15/20 minuti aggiuntivi in cui crogiolarsi nelle efferatezze e, perché no, magari anche in un citazionismo più spinto. Quando prendono a scorrere i titoli di coda su una musica che richiama a gran voce i Goblin di Suspiria, la soddisfazione c’è, ma è quasi effimera e troppo poco appagante.



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