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Benvenuti a casa mia

18/03/2018 11:00

Riccardo Tanco

Recensione Film,

Benvenuti a casa mia

La nuova commedia del regista di Non sposate le mie figlie

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Jean-Etienne Fougerole (Christian Clavier) è un celebre scrittore e intellettuale progressista molto influente in Francia. Durante un dibattito televisivo per la presentazione del suo nuovo libro, A braccia aperte, dove l'autore discute e supporta la tesi dell'immigrazione come un falso problema e che anzi la Francia dovrebbe essere più accogliente verso gli immigrati, il suo avversario nel dibattito lo sfida ad accogliere per davvero una famiglia rom a casa sua. Finita la trasmissione, Jean-Etienne si ritroverà sulla porta di casa l'eccentrico Babik (Ary Abittan), immigrato rumeno assieme alla famiglia che ha accolto l'invito dello scrittore a farsi ospitare. Sorpreso dall'evolversi della situazione, Jean-Etienne insieme a sua moglie, sarà costretto ad accogliere la famiglia di Babik, portando imprevisti e scompiglio in famiglia.


Uscito nelle sale francesi nell'aprile del 2017, Benvenuti a casa mia è la nuova commedia diretta dal regista Philippe de Chauveron, scritta assieme a Guy Laurent. Benvenuti a casa mia è una convenzionale commedia del cinema francese, ma la messa in scena più vicina allo stile da patinata fiction televisiva che a un qualunque sguardo cinematografico. La sceneggiatura tratta un tema difficile e complesso come l'immigrazione, ma il film risulta invece una classica e innocua commedia: tra gag e imprevisti, non si dimostra capace di ragionare con ironia e umorismo su quello che racconta.


Se l'ovvio e scontato messaggio di apertura e accoglienza appare condivisibile, quanto banale, attaccato all'attualità della società francese ma ampiamente fuori tempo massimo. Tra personaggi non incisivi, una trama sfilacciata che procede più a momenti che su una scrittura solida, Benvenuti a casa mia infila nei suoi 90 minuti di durata una sequela poco invidiabile di luoghi comuni. Una su tutte, la rappresentazione stereotipata della comunità rom: tra imbarazzo e folklore, i rom sono casinisti ma simpatici; furfanti ma di buon cuore. Un'opera debole e banale, che racconta poco o nulla dell'ambiziosa tematica scelta e che risulta incapace anche di fare ironia sulla borghesia benestante e progressista che va in crisi nell'includere l'altro.



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