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Unsane

19/06/2018 10:00

Marco Filipazzi

Recensione Film,

Unsane

Steven Soderbergh torna a sorprendere

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Alla Berlinale del 2013, mentre concorreva con il suo Side Effects, Steven Soderbergh dichiarò che avrebbe preso le distanze dal cinema per dedicarsi esclusivamente alle serie tv. Ma evidentemente il richiamo della Settima Arte è stato più forte della sua volontà (e delle sue dichiarazioni) in quanto il regista della trilogia di Ocean’s è tornato dietro la macchina da presa lo scorso anno con La truffa dei Logan e ora con Unsane.


Unsane è la storia di Sawyer Valentini (Claire Foy, che qui ci regala una perfomance straorinaria), fredda analista finanziaria che in passato è stata vittima di stalking e che non è ancora riuscita a superare il trauma. Con i nervi a pezzi, Sawyer si reca in un centro di assistenza; ma al termine del suo colloquio con uno psicoterapeuta viene trattenuta nell’istituto contro la propria volontà. Per lei avrà inizio un ricovero coatto di sette giorni, durante i quali verrà sempre più logorata da dubbi, paranoie e incapacità di distinguere cosa sia reale e cosa frutto della sua mente.


Con questo film Steven Soderbergh sorprende non poco, portando sullo schermo un sapiente mix di thriller psicologico che scivola, lento e inesorabile, verso derive horror sempre più estreme, il tutto senza rinunciare a un (duro) messaggio di denuncia. Oltre alla tematica dello stalking – la protagonista è stata costretta a cambiare città e stile di vita pur di sfuggire al suo persecutore – emerge in maniera evidente una critica alle strutture mediche americane dedicate alla cura della sanità mentale dei pazienti. Non è la prima volta che il regista di Atlanta si scaglia contro il suo paese, contro le più spietate aziende (Erin Brockovich - Forte come la verità) o in impietosi ritratti di una suburbia alla deriva (Bubble).


Ma la vera carta vincente del film è il comparto visivo. Unsane non è stato girato in maniera convenzionale: al posto delle macchine da presa Steven Soderbergh ha preferito gli smartphone. Degli iPhone 7 Plus per la precisione, scelta che gli ha permesso di abbattere drasticamente i costi di produzione (mantenuti sotto il milione di dollari) e i tempi di montaggio. Ma non è la prima volta che le fotocamere sostituiscono le cineprese: era già accaduto con Tangerine di Sean Baker tre anni fa. Si nota la differenza? Assolutamente no, anzi probabilmente questo escamotage non fa altro che giovare al film, adattandosi in modo impressionante al tipo di storia che Steven Soderbergh porta sullo schermo.


La fotografia, infatti, risulta molto più naturale, donando alle immagini una sorta di “freddezza cromatica” che le avvicina drasticamente alla realtà e conferisce all’intera vicenda una dimensione più tangibile. Il fatto di aver ripreso tutto con uno smartphone si incastra perfettamente con l’idea che tutti noi ormai usiamo i nostri telefoni per fare foto, video, persino brevi montaggi: tutta la nostra vita è filtrata attraverso quello schermo; l’idea di filtrare anche un film attraverso non fa altro che avvicinarlo al nostro percepito quotidiano. Va detto che non tutti i film si prestano a questa tecnica, ma dopo aver visto una storia paranoica e a tratti schizofrenica come quella di Unsane, la cui resa sullo schermo è mirabile, viene da chiedersi quanto possa risultare inquetante una vicenda “alla Black Mirror ripresa con la stessa tecnica.


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