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Wajib - Invito al matrimonio

26/03/2018 10:00

Marcello Perucca

Recensione Film,

Wajib - Invito al matrimonio

Un insolito on the road, tra Israele e Palestina

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Ambientato a Nazareth, città israeliana a maggioranza araba, Wajib - Invito al matrimonio, della regista palestinese Annemarie Jacir, vede Abu Shadi, un professore di 65 anni molto stimato dai suoi allievi, percorrere in auto insieme al figlio Shadi, le strade della zona palestinese della città per consegnare personalmente a parenti, amici e conoscenti, il “Wajib”, cioè la partecipazione alle nozze dell’altra figlia Amal, come vuole la tradizione. Abu Shadi è una persona molto legata alle usanze della propria terra e soffre per la scelta del figlio, che ha lasciato la propria città natale per trasferirsi a vivere in Italia, dove lavora come architetto. Nonostante questo Shadi, che appare estremamente critico rispetto a quanto sta accadendo nella regione, accetta di aiutare il padre a consegnare il Wajib, trascorrendo con lui una giornata particolarmente intensa dal punto di vista emotivo. I due, infatti, dissentono su molte cose, attribuendo alle rispettive scelte di vita valori completamente diversi che, apparentemente, sembrerebbero allontanarli sempre più.


Per i temi trattati, Wajib - Invito al matrimonio è un film di grande interesse. In alcuni momenti persino toccante, come quando inaspettate si diffondono dall’autoradio le note di A Whiter Shade of Pale dei Procol Harum, consentendo per un attimo a padre e figlio un riavvicinamento sull’onda emozionale dei ricordi. Un film incentrato sui contrasti (e sulla ricerca di un equilibrio): la contrapposizione fra tradizione e modernità, che si esplicita nel rapporto fra padre e figlio; il confronto fra la capacità o meno di perdonare (Abu Shadi è ancora infuriato con la moglie, rea di essere fuggita con un altro uomo in America tanti anni prima lasciandolo da solo a crescere due figli ancora piccoli; Shadi invece giustifica ancora sua madre). Ma Wajib - Invito al matrimonio è anche un film sulle tensioni fra israeliani e palestinesi. Tutta la pellicola è permeata da questo dissidio, dalla prevaricazione di un popolo su un altro. Shadi, in una delle scene più intense, rinfaccerà al padre l’incapacità di ribellarsi; di aver accettato di insegnare in una scuola palestinese dove il suo superiore è un israeliano.


Il film di Annemarie Jacir potremmo definirlo un “on the road”, anche se anomalo, perché circoscritto in una sola giornata all’interno di una comunità ristretta. Quasi una metafora delle limitazioni di movimento alle quali sono sottoposti i palestinesi, ai quali non rimane altro che immaginare la bellezza della propria terra: come fa Abu Shadi quando descrive al telefono al padre esiliato della fidanzata del figlio gli aranceti, le vigne, i colori di una Palestina che in realtà i suoi occhi non vedono più; al loro posto i rifiuti, le case fatiscenti e il traffico caotico. La macchina da presa riprende tutto questo rimanendo, tuttavia, imparziale. Senza giudicare chi, fra padre e figlio, abbia ragione o torto. Neppure quando fra i due la discussione si fa più accesa. Si limita a passare, alternativamente, dal primo piano di un volto all’altro, dai quali trapela tutto il dolore per una vita che li ha messi nella condizione di dover soffrire, sempre. Un dolore che si attenua solo quando lo sguardo si posa su una Nazareth notturna illuminata dalle luci delle case. Un’immagine che ci svela la bellezza malinconica di questa terra così pesantemente umiliata. Wajib - Invito al matrimonio è stato candidato agli Oscar per la Palestina come miglior film straniero. Ottima l'interpretazione di Mohammed Bakri e Saleh Bakri, padre e figlio anche nella vita reale.



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