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Io sono Tempesta

15/04/2018 11:00

Marcello Perucca

Recensione Film,

Io sono Tempesta

Io sono Tempesta: Luchetti sbaglia il colpo

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In Io sono Tempesta, ultima fatica di Daniele Luchetti, il protagonista è Numa Tempesta (Marco Giallini), un finanziere romano che gestisce un fondo da un miliardo e mezzo di euro, vive in un enorme albergo di lusso vuoto e ha un progetto: la costruzione di una città nella pianura fredda e sconfinata del Kazakistan. Purtroppo per lui questo sogno sembra infrangersi quando una vecchia condanna per frode fiscale viene resa esecutiva. Costretto a scegliere fra la galera e i servizi sociali, Tempesta non ci pensa un attimo e accetta di trascorrere un anno presso un centro di accoglienza per senza fissa dimora, gestito da Angela (Eleonora Danco), una giovane suora laica che tenta di redimerlo. Lui si presenta ogni mattina, vestito come un figurino, su una Maserati guidata dal suo autista. Fra gli ospiti della casa di accoglienza c’è Bruno (Elio Germano), che ha perso moglie, casa e lavoro e con un figlio a carico, Nicola, che lo accompagna sempre nella sua vita da clochard. Intorno a loro si muovono vari personaggi, italiani ed extracomunitari, che rappresentano le varie tipologie di disperati che abitano al giorno d’oggi l’Italia.


Io sono Tempesta si vorrebbe inserire nella grande tradizione della commedia italiana, con personaggi disegnati spesso in maniera grottesca per evidenziare i vizi e le contraddizioni della nostra società. Impossibile non associare Numa Tempesta, condannato ai servizi sociali, a Silvio Berlusconi. Difficile non identificare in Bruno uno dei tanti italiani che, da una vita normale, si ritrovano, improvvisamente, sull’orlo del precipizio. Purtroppo il film di Daniele Luchetti, che si avvale della bella fotografia di Luca Bigazzi e delle ottime interpretazioni di Elio Germano e Marco Giallini, pur iniziando in maniera promettente si perde ben presto per strada. Le situazioni diventano sempre più paradossali, ci si rende conto che le psicologie dei vari personaggi, ingessati nei loro stereotipi, sono di grana grossa. Alcune caratterizzazioni sono imbarazzanti, come, ad esempio, la figura del padre di Tempesta che ha sempre sminuito il figlio traumatizzandolo nel proprio inconscio; oppure le tre ragazze che di giorno studiano psicologia e di notte tentano di soddisfare sessualmente Numa e, non riuscendovi, lo psicanalizzano con quattro nozioni imparate a memoria. Ridondante la scena in cui Nicola percorre i lunghi corridoi deserti dell’hotel di Numa su una macchinina: citazione inutile e fuori luogo di Shining.


Elio Germano, pur confermandosi come uno dei migliori attori italiani del momento, si perde in un personaggio che vorrebbe dare l’idea del dramma che un tracollo economico può provocare. Irritante la figura di Angela, che predica empatia fra gli ospiti della casa di accoglienza. Per non parlare del finale, che ovviamente non sveliamo, ma che rappresenta la degna conclusione di un film decisamente sbagliato. Insomma, un’opera di cui non si sentiva la necessità. Un film che arranca nel tentativo di descrivere uno spaccato dell’Italia di oggi e che ci spiega, con un linguaggio molto elementare, come in Italia, ad arricchirsi siano sempre loro, i furbetti. Come se già non lo sapessimo.



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