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Le meraviglie del mare

14/05/2018 11:00

Emanuela Di Matteo

Recensione Film,

Le meraviglie del mare

Un tour visivo che svela mondi inesplorati, le meraviglie del mare

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Le intenzioni del co-regista Jean-Michel Cousteau, che ha girato il film-documentario Le meraviglie del mare insieme a Jean-Jacques Mantello, uno dei pionieri del video digitale francese (nel 1990 diresse il primo film 3D subacqueo realizzato, Miracle Mermaid), sono chiare e nobili: «Ogni respiro, ogni boccata d'aria proviene dal mare. Mi piacerebbe che i giovani, la classe dirigente del futuro, abbiano accesso a queste informazioni, non solo per imparare cose nuove, ma anche per proteggere l'ecosistema marino. Senza un mare pulito non ci può essere vita nemmeno sulla terra. Proteggere il mare significa proteggere noi stessi e le generazioni future».


Ed è altrettanto vero che questo documentario, girato interamente con le nuove tecniche di ripresa 3D e in 4K (slow motion, macro e in motion control, cioè con più fotogrammi al secondo e obiettivi macro), ha immagini uniche e meravigliose. Jean Michel, figlio del leggendario Jacques Cousteau, s’imbarca con i figli Celine e Fabien e la sua troupe, in un viaggio che durerà tre anni, dalle isole Fiji alle Bahamas. Sarà un tour visivo che aprirà mondi inesplorati, come foreste marine immense e altissime, barriere coralline pullulanti di vita e distese piumate e ondeggianti che, si scoprirà, non sono piante ma i vermi “albero di Natale”. Insomma, la meraviglia del creato alla sua ennesima potenza, una vera e propria immersione in un mondo alieno, incredibile, magico. Questo tripudio di bellezza, minuscola o maestosa, è una gioia per gli occhi e per l'immaginazione.


Tutta questa bellezza, che ci protegge e dalla cui esistenza dipende anche la nostra, compreso l'incredibile squalo martello, si è impoverita e ammalata a causa dell'avidità dell'uomo, inquinata anche dalla plastica, rischia di scomparire. La voce narrante è affidata, nella versione originale, a Arnold Schwarzenegger e la scelta manifesta ancora meglio il desiderio di arrivare al grande pubblico, anche quello infantile. Ma la bellezza non ha mai fermato l'uomo dal compiere il suo scempio, al contrario, ne attira il desiderio predatorio. E il documentario, con drammatizzazione ai minimi termini, rischia di scivolare davanti agli occhi dei più giovani, troppo abituati alla finzione e al fantasmagorico visivo, senza lasciare emozioni, né consapevolezze che non siano didascaliche. Per sensibilizzare la grandi masse, è necessario che siano coinvolte in prima persona oppure attraverso un processo di immedesimazione drammaturgica che il documentario, pur bellissimo, non compie. Forse il malessere del mare, archetipo del femminile materno e universale, simbolo onirico della vitalità spirituale del mondo, è un problema profondo della nostra società che viene da lontano.



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