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The Outsider

17/04/2018 11:00

Alfredo De Vincenzo

Recensione Film,

The Outsider

Uno sguardo distaccato sulla Yakuza nel Giappone postbellico degli anni ‘50

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Un soldato americano, durante la Seconda Guerra Mondiale, conosce in un carcere giapponese un uomo che aiuta a evadere. Quell’uomo è un membro della Yakuza, la mafia giapponese, che libererà il soldato e lo aiuterà a entrare nella famiglia Shimatsu, stringendo un patto di vita con la Yakuza. La pellicola di Martin Zandvliet, regista danese acclamato per Land of mine - Sotto la sabbia, è uno sguardo distaccato sulla Yakuza nel Giappone postbellico degli anni ‘50 con riferimenti storici precisi - ma di difficile comprensione - sulla crescente occidentalizzazione, sulla bomba atomica, sul degrado di un paese in balia di un’identità ancora da scoprire. La Yakuza, ancora ancorata ad antiche tradizioni e riti, si discosta dal processo di rinnovamento a cui era sottoposto il Giappone, dichiarandosi, in un certo senso, figlia legittima del codice dei Samurai. Il fascino verso un mondo di cui in Occidente si sa molto poco, anche a causa della scarsa distribuzione di Yakuza Movie giapponesi, si insinua nei silenzi, negli sguardi, nelle musiche quasi del tutto assenti, nella ripresa attenta e accurata di tradizionali riti. Ma si perde, spesso, in una trattazione dei personaggi superficiale, il cui l’arco di trasformazione non ha una linearità credibile.


Zandvliet preferisce la fascinazione del contesto al contenuto, ai personaggi, alla storia stessa. Il limite di The Outsider è tutto qui, ed è un limite enorme che impedisce al film di raccontare. Lontano anni luce dai capolavori del genere, come Lotta senza codice d’onore(1973) di Kinji Fukasaku, maestro indiscusso dello yakuza movie, o Ichi The Killer di Takashi Miike, The Outsider non riesce a far entrare lo spettatore in quel mondo. Lo sguardo distaccato, eccessivamente, si riflette negli occhi azzurri di Jared Leto, non alla sua migliore performance per via di un personaggio piuttosto vuoto, che, in maniera analoga a L’ultimo Samurai di Edward Zwick, doveva giustificare il punto di vista occidentale su temi e culture assolutamente distanti. Missione fallita, in gran parte: perchè se da un lato è mirabolante il lavoro sul contesto e l’accuratezza dei dettagli, dall’altro la piattezza con cui i contenuti vengono mostrati rappresenta una grandissima occasione sprecata.


L’Osaka post bellica, che si annunciava come possibile protagonista della pellicola - con quei toni cupi e quella pioggia costante - e che doveva combattere il prepotente avanzamento dell’Occidente, si perde anch’essa in manierismi estetici che affievoliscono la carica emotiva. E la violenza, fisica e psicologica, riesce ad emergere in brevi lampi solo a tratti, in maniera poco costante, comprimendo una delle prerogative del genere. Lo sguardo intimo di Nicolas Winding Refn in Solo Dio Perdona e tutta quella violenza che esplodeva in estetiche devastanti, qui si perde del tutto in poche sequenze che tuttavia sembrano appena accennate. Tutti questi fattori, con il contributo di una scrittura debole, favoriscono un risultato assolutamente poco soddisfacente per quelle che erano le premesse e le possibilità. L’outsider del titolo non è solo Nick, il personaggio di Jared Leto, ma anche lo spettatore che continuerà a sentirsi assolutamente estraneo a un mondo tanto affascinante che meriterebbe maggiori approfondimenti.



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