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Toglimi un Dubbio

29/05/2018 11:00

Andrea Desideri

Recensione Film,

Toglimi un Dubbio

Carine Tardieu torna a parlare di parentele scomode

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Come cambia la vita nel momento in cui si viene a scoprire che l’uomo con cui sei cresciuto, in realtà, non è tuo padre? È questo il tarlo che accompagna Erwan Gourmelon, artificiere di professione, che per scongiurare una malattia ereditaria scopre da un’analisi genetica di non essere figlio di colui che lo ha allevato. Così Erwan, incurante delle conseguenze, parte alla ricerca del padre biologico. Durante questa traversata, incontra Anna – affascinante veterinaria – che lo corteggia palesemente: fra i due potrebbe nascere qualcosa, se non fosse che la donna è la figlia di Joseph, l’uomo che – dopo attenta analisi – sembrerebbe essere il vero padre tanto atteso. A questo punto, gli equivoci aumentano ed Erwan dovrà fronteggiarli al meglio.


Carine Tardieu torna a parlare di parentele scomode e, in qualche modo, di famiglie allargate: dopo aver affrontato la maternità con La Tête de maman e Du vent dans mes mollets, la regista francese realizza una commedia sentimentale che prende in esame la paternità e il senso che questa assume con il passare del tempo e gli stravolgimenti a cui la vita sottopone: esistono solo i legami di sangue? Come cambiano nell’ambito delle dinamiche sociali? Emerge pacatamente il bisogno spasmodico di affermazione in ogni personaggio, costantemente alla ricerca di sé stesso e di rassicurazioni. Molto spesso, solidità va di pari passo con famiglia: ecco perché, nonostante tutto, aggrapparsi a qualche certezza dettata dalle convenzioni sociali può essere rassicurante. Allora, un uomo di mezza età è spinto a rimettersi in gioco – casualmente – per risolvere i conti in sospeso col passato.


Toglimi un dubbio è una commedia emozionante e profonda che indaga nei meandri del ruolo moderno di padre, per far capire quanto una maggiore indulgenza potrebbe risollevare rapporti interpersonali e vitali. I parenti non si scelgono ed è proprio all’interno di questa convivenza forzata che si gioca tutto: Carine Tardieu fa intendere che l’interfacciarsi con un padre può essere complicato e doloroso. Quando non accade, poi, si è costretti a convivere con increspature dell’anima che sono più angosciose di un possibile papà severo o iperprotettivo. Si ragiona sull’assenza, quanto pesa cercare qualcuno che potrebbe non arrivare mai, su quanto sia difficile abituarsi ad un vuoto. Così, questa mancanza viene colmata da persone di passaggio che, però, non saranno mai all’altezza.


Proprio il senso di incompiutezza accompagna il film sino all’ultimo, quasi a voler dire quanto le singole emozioni siano vissute a metà. Siamo tutti esseri umani e quest’opera vuol tornare a credere nell’importanza della totalità: se manca qualcosa in grado di completarci è bene cercarla ovunque, persino dietro una macchina da presa.



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