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Mektoub, My love: Canto Uno

05/06/2018 10:00

Riccardo Tanco

Recensione Film,

Mektoub, My love: Canto Uno

Il nuovo film diretto dal regista Abdellatif Kechiche

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Agosto, 1994: Amin (Shain Boumedine) è un giovane di origine tunisina, appassionato di fotografia, che lavora a Parigi come cameriere. Trascorre il periodo estivo nella cittadina di Sète, assieme al cugino Toni (Salim Kechiouche) e a tutta la famiglia, che gestisce un ristorante nel paese. Qui Amin rincontra Ophelie (Ophelie Bau), sua amica d'infanzia e amante del cugino. Amin e Toni conosceranno Charlotte (Alexia Chardard) e Celine (Lou Luttiau), due amiche in vacanza a Sète che verranno coinvolte negli amori e nelle amicizie del gruppo.


Presentato in anteprima al concorso alla 74° edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Mektoub, My love: Canto Uno è il nuovo film diretto dal regista Abdellatif Kechiche e scritto assieme a Ghalia Lacroix, a cinque anni di distanza dal successo della Palma d'Oro di La Vita di Adele. Prima parte di un dittico, coprodotto da Italia e Francia, il film è tratto dal romanzo del 2011 La Blessure, la vraie scritto da François Bégaudeau. Per il suo sesto film in carriera, Abdellatif Kechiche realizza una sorta di compendio del cinema precedente: dalle origini, con Tutta colpa di Voltaire e La schivata, recupera il microcosmo tunisino/francese che era stato cuore narrativo e tematico delle prime due opere; da Cous Cous prende l'energia multiculturale e da La vita di Adele l'estremo sentimentalismo corporale. Di quest'ultimo Mektoub, My Love: Canto Uno appare un naturale prolungamento, seppur ambientato in tempi e luoghi diversi.


Da un lato il giovane protagonista Amin, ragazzo di origine tunisina con la passione per il cinema e la fotografia, è un evidente ricordo biografico del regista stesso; dall'altro Abdellatif Kechiche fonde alla sua idea di "teatro filmato" le atmosfere da moderno cinema verité. Se un film come La vita di Adele riponeva la sua forza in una sorta di esperienza tattile, oltre che visiva, Mektoub, My Love: Canto Uno pare amplificare di più l'idea di cinema sensoriale. Attraverso una messa in scena che risulta cristallina, nell'assenza di vezzi di stile, Abdellatif Kechiche non può fare a meno di una regia intensa, vorticosa e ovviamente vitale; la macchina da presa pressa e “avverte” i personaggi, in un personale immaginario che si potrebbe definire naturalismo amplificato o iperreale.


Mektoub, My Love: Canto Uno, nelle sue quasi tre ore di durata, ha la cadenza della più semplice delle quotidianità, dei momenti sospesi e dei dialoghi mozzati. Un melodramma sentimentale ma soprattutto un racconto di formazione sulla furia e la dolcezza di vivere la gioventù alle prese coi primi fondamentali amori, i primi scherzi del cuore e le prime girandole emotive. Abdellatif Kechiche mostra tutto questo in un'opera spudorata (in senso letterale e non volgare) attraverso l'esibizione dei corpi come affermazione di identità, del movimento come essenza di felicità, della libertà giovanile di esprimersi senza pensieri.



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