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La truffa del secolo

26/06/2018 11:00

Andrea Desideri

Recensione Film,

La truffa del secolo

Un film d’azione francese, ma che guarda all’America

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Il potere, le responsabilità e le azioni, non solo in borsa. La truffa del secolo mette in luce i lati oscuri del successo, attraverso le fattezze di un capitalista sull’orlo del baratro che non riesce più a mandare avanti l’azienda di famiglia. Pressato da moglie e suocero, con il timore perenne di perdere la potestà sul proprio figlio, Antoine Roca decide di mettere in piedi una truffa basata sulle emissioni di Co2 per colpire definitivamente l’industria del carbone. Dalla teoria alla pratica, le cose cambiano e non sempre tutto va secondo i piani.


Olivier Marchal confeziona un film d’azione, francese ma che guarda all’America: tanti i riferimenti a Ocean’s Eleven, anche se stavolta nel mirino non ci sono i casinò ma le industrie di carbone. Non siamo al cospetto di criminali scaltri e scafati che mettono il proprio estro a servizio del crimine, questo film concepisce la delinquenza come ultima istanza prima del baratro: delinquere per non perdere ogni cosa. In palio non c’è una reputazione criminale da difendere, il bottino finale è la sopravvivenza all’interno della società civile. E così un uomo rispettabile diviene il primo truffatore. Ai danni di un establishment che non tutela, ma annienta. Quando non si ha più nulla da perdere, allora si raschia il fondo di un barile già svuotato. Questa dicotomia fra bene e male altro non è che una lotta fra principi morali e necessità: cosa è giusto e cosa è necessario fare. E le decisioni che prende il protagonista di questa vicenda sono il frutto di esasperazioni esterne rese ottimamente con un gioco di luci e ombre: gli atti di delinquenza si svolgono in un'atmosfera tetra, i momenti familiari e coinvolgenti avvengono alla luce del sole.


La truffa del secolo ci dimostra che chi se la prende con lo Stato Sociale, in realtà, fa la guerra a se stesso; in una rincorsa ciclica che finisce per infrangersi contro il proprio destino. Fare il passo più lungo della gamba, andare oltre le proprie possibilità, non sempre è un rischio da potersi permettere. Specialmente se manca il coraggio di andare fino in fondo. Azzardo che, invece, ha portato bene a Olivier Marchal: il regista è stato in grado di realizzare un prodotto dotato della giusta dose di pathos e intrigo; un cocktail che – almeno a livello emozionale – ci riporta ai fasti di Mesrine: L'ennemi public n° 1. Qui il coinvolgimento è più emotivo che carnale, ma la resa è altrettanto credibile e spassosa. Si passa dall’assuefazione del capitalismo al suo annichilimento nel giro di un’ora e quaranta, con la curiosità di capire quanto ancora l’asticella del colpo di scena possa elevarsi.



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