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Most Beautiful Island

12/07/2018 11:00

Andrea Desideri

Recensione Film,

Most Beautiful Island

Un'avventura estrema, in una New York bella e maledetta

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Luciana è una giovane ragazza spagnola trapiantata a New York. La Grande Mela offre moltissime possibilità, perlomeno sulla carta, ma nella realtà quotidiana bisogna guadagnarsi da vivere facendo qualsiasi cosa. Visto che non ha intenzione di tornare in Spagna, la donna alterna una serie di piccoli lavoretti per sbarcare il lunario. Accanto a lei c’è Olga, amica con cui condivide gioie e dolori, che le propone un lavoro ben retribuito: partecipare a un party dell’alta società, in qualità di ragazza immagine, dove bisogna intrattenere i clienti. Spinta dalla necessità economica, Luciana scopre ben presto che il party era solo un pretesto per attuare passatempi al limite del sadismo. In men che non si dica, si ritrova dentro qualcosa più grande di lei da cui è impossibile tirarsi indietro.


Most Beautiful Island è l’opera prima di Ana Asensio: la regista distrugge il sogno americano e alle luci della ribalta contrappone l’oscurità degli ultimi, di coloro che arrivano da un altro paese (in questo caso la Spagna), vittime del precariato e della rassegnazione. Ana Asensio racconta nel suo film, in maniera piuttosto estrema, quel che ha vissuto sulla propria pelle in tempi passati: mettere a disposizione del pubblico le proprie paure e tensioni non è semplice; lei lo fa servendosi di un thriller, in cui emerge appieno la morbosità istintiva di chi non ha più nulla da perdere. È tangibile la voglia di aggrapparsi alla vita, nonostante ci siano più amarezze che soddisfazioni. Essere l’arbitro del proprio destino non sempre è possibile, qualche volta si finisce risucchiati dagli eventi, fino a diventarne schiavo. In una continua nemesi dove ci si chiede costantemente se al peggio ci sarà mai fine.


Così emerge il ritratto di una New York bella e maledetta: di giorno, le luci dei palazzi e i sorrisi dei bambini; di notte, la povertà, il crimine e l’alta società che si diverte a giocare con le vite degli altri. L’aspetto preponderante di questo film si coglie nella netta disparità fra ceti sociali. Il povero, non necessariamente immigrato, è costretto ad accettare soprusi e sevizie da parte dei più ricchi. Figure altolocate si dimenano soggiogando donne indifese, come succede al party in cui Luciana – protagonista e motore della vicenda – partecipa attirata dal lauto compenso. Una giovane diventa lo specchio delle perversioni più torbide, che poco hanno a che fare col sesso, e si realizzano soltanto davanti alla macabra convinzione di intromettersi fra la vita e la morte altrui. Giocare con gli eventi, con il tempo e con lo spazio: bare di vetro, ragni velenosi e corpi inermi gestiti da clessidre che scandiscono minuti lunghi quanto l’eternità.


Altro che 50 sfumature: a trionfare qui non è il piacere, seppur estremo, ma la paura e la tensione psicologica di un film tanto mentale quanto d’azione. La vera arma diviene il panico che lascia lo spettatore interdetto, fra sgomento e incredulità, sollievo e amarezza. Un climax di emozioni reso possibile da inquadrature mirate, quasi sempre dal basso verso l’alto, che attraversano ogni personaggio: quasi a volerne far uscire l’anima. Ana Asensio indugia molto spesso sugli occhi dei protagonisti per carpire il non detto di ogni singola scena. Un’opera basata sui silenzi che esprimono più di qualsiasi parte dialogata per un vortice di pathos che investe chiunque con la crudezza degli eventi più inaspettati e folli.



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