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Cimitero vivente

09/08/2018 11:00

Marco Filipazzi

Recensione Film,

Cimitero vivente

Un ottimo adattamento kinghiano, che riesce a mantenere intatte le atmosfere del libro

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Durante la programmazione di Notte Horror sono svariate le occasioni in cui sono state programmate pellicole tratte da romanzi o racconti di Stephen King, un nome che al cinema non è sempre sinonimo di qualità, ma che resta comunque in grado di sucitare l’interesse del pubblico. Ed è proprio l’adattamento di un suo libro a detenere lo scettro di “Re di Notte Horror” con ben quattro passaggi in altrettante estati: Cimitero Vivente.


Uscito nel 1989, il film appare come una produzione minore se paragonato ad altre incarnazioni su celluloide dei lavori di King. Opere imprescindibili come Carrie – Lo sguardo di Satana di Brian DePalma, Le notti di Salem di Tobe Hooper e ovviamente Shining di Stanley Kubrik. A Cimitero vivente non è legato alcun grosso nome hollywoodiano: la regista Mary Lambert aveva alle spalle solo una lunga gavetta di video musicali (perlopiù di Madonna) e il nome più altisonante che appariva nel cast era quello di Fred Gwynn, visto negli anni ‘60 nella serie tv Munsters. Ma contro ogni previsione Cimitero Vivente è un film che riesce a terrorizzare oggi come allora, soprattutto per l’argomento che tratta, ovvero la difficoltà dell’essere umano di accettare la morte di un suo caro.


I Creed sono la tipica famiglia medio borghese americana degli anni ’80. Si trasferiscono in uno sperduto paesino di provincia (ovviamente nel Maine) dove le loro vite subiscono improvvisi traumi. Quando il gatto Churchill muore, il capo famiglia e il vicino di casa lo seppelliscono in un vecchio cimitero indiano in grado di riportare i defunti di nuovo in vita. In effetti la bestiola tornerà ancora a vivere, ma pervasa da un’anima corrotta e malvagia.


Il motivo per cui Cimitero Vivente è un ottimo adattamento kinghiano è perché riesce a mantenere intatte le atmosfere del libro, scivolando lento e inesorabile da una stucchevole e quasi patinata presentazione dei protagonisti, verso un orrore malsano e a tratti morboso. L’elemento soprannaturale viene introdotto a piccole dosi, andando di pari passo con la costruzione di un’orrore intangibile, impalpabile, eppure sempre più presente mano a mano che trascorrono i minuti sullo schermo.


Il tema centrale dell’intera vicenda è la Morte, in tutte le sue declinazioni. Il capofamiglia, un medico, viene perseguitato dallo spettro di un ragazzo che non è riuscito a salvare in sala operatoria. La moglie, da piccola, ha assistito alla morte della propria sorella maggiore, divorata da una grave malattia. Poi c’è la morte del gatto Churchill e il racconto del vicino di casa su quando lui stesso ha seppellito nel cimitero indiano il proprio cane deceduto. Ma è solo in seguito alla scena dell’incidente con il camion - dopo la cerimonia funebre tenuta da Stephen King in persona, in un cameo nei panni del prete officiante - che il film decolla veramente e l’orrore (per quanto prevedibile) si manifesta in tutto il suo terrificante splendore. La scena finale è un miracolo di regia e il volto contratto in una smorfia di cattiveria del piccolo Gage ha perseguitato più di uno spettatore, oltre al fatto di non aver perso una sola oncia della sua malsana essenza anche se rivisto oggi, a quasi 30 anni dalla sua uscita.



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